Aziende umbre con l’acqua alla gola: «Così non duriamo più di 6 mesi»

L’indagine condotta su 126 Pmi della regione è impietosa. Francesco Pace (Acacia Group): «Il Governo prende e perde tempo, ma servono azioni concrete»

UMBRIA – Probabilmente bastava il buonsenso, il percepito comune a delineare i contorni di una situazione, durante e forse all’indomani dell’emergenza sanitaria, drammatica per molti settori dell’economiam anche locale. Perché il lockdown, l’#iorestoacasa avrà pure avuto la sua efficacia in ambito sanitario, ma ha spezzato e sta spezzando le reni a una miriade di piccole aziende, e relativi imprenditori, e lavoratori, sempre più in crisi di fatturato e liquidità.

Ecco, probabilmente bastavano raziocinio e un po’ di immaginazione per scattare un’istantanea, attendibile, del momento attuale. Eppure, avere due dati su cui ragionare non è mai peccato, anzi. E l’indagine condotta dall’agenzia specializzata in economia aziendale, Acacia Group, purtroppo conferma la sensazione, sempre più diffusa, della crisi alle porte. È un quadro a dir poco preoccupante, per il sistema delle Pmi, quello che emerge dallo studio realizzato dall’agenzia su un campione di 126 imprese umbre, scelte in base a dimensione economica e settore merceologico.

«Oltre il 35 per cento degli imprenditori è seriamente preoccupato per la salute dell’azienda e il futuro dei collaboratori», commenta Francesco Pace, founder di Acacia Group il cui staff «con enorme difficoltà e certosina pazienza», nei giorni scorsi ha raggiunto telefonicamente le imprese interrogandole sulle previsioni per il loro futuro. «Il 28 per cento dichiara che, nell’attuale situazione, le prospettive di sopravvivenza non arrivano ai sei mesi. Sono il 16 per cento quelle che dichiarano di poter reggere fino a fine anno. Molti quelli che non sanno prevedere. La maggiore resilienza è quella palesata dalle telecomunicazioni, dalle utilities gas ed elettricità, dal settore informatico e da alcuni comparti della meccanica. Mentre è critica la situazione nei comparti della moda e del commercio (auto in particolare)». Il 26 per cento delle società meno strutturate prevede perdite tali da intaccare significativamente il patrimonio netto entro fine anno, determinando la necessità di un aumento di capitale.

Nota particolare va per la gestione degli incassi: «È grave, infatti, la situazione degli insoluti: il 62 per cento delle imprese hanno dichiarato di avere fatture insolute da parte dei clienti, di cui il 18 per cento per una percentuale compresa tra l’8 per cento e il 22 per cento del fatturato. Gli imprenditori lanciano anche l’allarme liquidità, dichiarano infatti di non aver le risorse economiche per pagare le tasse e bocciano la manovra Cura Italia. Infatti il 62% degli imprenditori ha dichiarato che di trovarsi nella condizione di non poter adempiere al versamento delle tasse. Drammaticamente peggiore la percentuale delle imprese che si trovano nelle condizioni di non poter pagare regolarmente i fornitori nei prossimi sessanta giorni. (Grafico 1-2) tutti».

Alla domanda “Come valuta il decreto legge Cura Italia?”, il 22 per cento non vuole o ritiene troppo presto esprimere un giudizio, il 67 per cento lo giudica negativamente e solo l’11 per cento ritiene sia positivo. Tra le motivazioni di un giudizio così duro da parte delle aziende, il fatto che, secondo loro, in questo momento, il Governo non sta facendo il meglio per tutelare il mondo produttivo (16%), perché i politici non hanno percezione di cosa sia veramente l’industria (14%), perché non ha focalizzato abbastanza il suo intervento sulle PMI (21%), perché non ha messo in campo abbastanza risorse finanziarie (12%), perché manca una politica industriale (8%), altre motivazioni aggregate coprono il restante 29%. (Grafico 3)

«Quello che chiedono le Pmi – conclude Francesco Pace – sono risposte vere. Si lavori per far ripartire la domanda sul mercato, soprattutto interno. Per riavviare l’economia vanno favoriti anche gli acquisti della Pa di prodotti e servizi di aziende italiane; vanno fatte azioni per non perdere terreno con competitor esteri; bisogna rilanciare le grandi opere. Ora come non mai, è necessaria una politica industriale che elimini le deficienze che l’Italia ha e che frenano lo sviluppo imprenditoriale. Spero vivamente che il Covid-19 colpisca e annienti (metaforicamente) le disparità e le ingiustizie di questa Europa, e che l’Ue segua il progetto vero per cui è stata costituita».

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La vista dalla torre degli Sciri (foto turismo.comune.perugia.it)

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