POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La regione “bella e sicura» fa il pieno e ospita la lezione di Rolland, enologo numero uno al mondo, che presenta le due ultime creature della scuderia di Montefalco, Belcompare e Malcompare, e ammonisce: l’Umbria può essere il domani, se…
di Marco Brunacci
PERUGIA – Sapete che continua il boom del turismo in Umbria, grazie a uno slogan azzeccato (anticipato da Cityjournal, già in aprile, con successo: “Umbria, bella e sicura”) e a tanto impegno nel combattere il virus situazione per situazione, senza ricette miracolose, ma tanto coerente lavoro?
È la notizia buona, l’unica che c’è in giro in una prospettiva umbra, visto che col Covid gli illustrissimi scienziati che sulle malattie (mister Hyde e dottor Jekyll ma anche una via di mezzo tra i due) che provoca il virus non sanno cosa dire, ma continuano a dirlo con l’unico risultato di contribuire a mantenere un clima di ansia collettiva da manuale di psicopatologia.
Ecco un buon motivo per cambiare argomento, sull’onda lunga del Ferragosto, e puntare diritti solo sulle colline umbre, la loro antica saggezza, i silenzi e il lento fluire del tempo tra i borghi e le campagne dove il distanziamento sociale è nella cose e nella natura, come recita lo spot turistico della Regione.
ATTENTI AL GURU E ALLE SUE TAVOLE DELLA LEGGE
Allora: arriva in Umbria il guru del vino, enologo con un centinaio di cru e grandi nomi dell’enologia mondiale che lo ascoltano come un Mosè che scende dal monte Sinai, tutte le volte, con le tavole della legge, Michel Rolland. Viene qui e benedice due nuovi prodotti della scuderia di Marco Caprai, Belcompare (100% merlot) e Malcompare (100% pinot nero, il più smart dei vitigni rossi nobili di questo momento). E, dato che Marco Caprai è uno dei pochissimi imprenditori del vino (ma il discorso vale anche per la enogastronomia) che in questo mondo si affaccia da anni e si misura a livello planetario, coglie l’occasione per ricordare a lui e all’imprenditoria italiana e umbra, quale è l’ultimo miglio da fare per raggiungere la quota di mercato che è giusto avere.
Non è la qualità che manca, perchè gli investimenti sono stati fatti e i prodotti sono al top al mondo. Un made in Italy che non teme confronti, con tutte le varie sfumature nella produzione che possono andare incontro ad ogni tipo di richiesta dei consumatori.
Non è neppure la modernità che fa difetto: la ricerca sul vino ha permesso di rimuovere vecchie ruggini nel meccanismo, nella tecnologia ma anche nel gusto. Ha permesso di intraprendere nuove strade, nel rispetto – oggi come oggi – tassativo del biologico e del naturale.
Invece manca – dice il guru, sfogliando le sue tavole della legge – il racconto, la narrazione. Non tanto il marketing nudo e crudo che viene fatto, in Italia come altrove, con i mezzi classici e le fatiche di sempre, inseguendo compratori e fette di mercato.
E’ la narrazione il nodo da sciogliere. I francesi sono stati bravi. Se portano i loro Bordeaux, come i loro champagne, i cinesi si fermano. I russi si inchinano alla grandezza e alla gloria che spargono a piene mani fin dalle etichette, evocando castelli, regali banchetti, nobili convivi, sontuose cerimonie, bevande degli dei.
RACCONTARE È PIÙ CHE PROMUOVERE
Capito bene? Dice Rolland, posso fare un gran vino, farlo sapere agli enologi, convincere i grossisti, fare il giro dei ristoratori ma non ho fatto niente se non lo descrivo, lo narro, se non faccia sognare un po’ chi lo acquista.
Visto che con l’Umbria e con Caprai si è discusso di Sagrantino, Rolland dice che una delle qualità fondamentali del Sagrantino, il cru dell’Umbria più riconoscibile, è la sua forte identità, impossibile confonderlo.
Ma si tratta ora di raccontarlo diversamente. Se dico che è forte e impervio come il carattere degli umbri, spigoloso come un sentiero delle salite tortuose da dove nasce, ma netto, sincero, di un senno antico, livido come le luci che scendono sulle pietre delle chiese-cantine di Montefalco, spesso e profondo come le ombre che lì si inseguono, liscio come i marmi sconnessi che sono stati calpestati nei secoli dai frati e dallo loro capacità di fare della saggezza contadina cultura, anche nel vino. Se dico questo, se colpisco l’immaginazione, se riesco a dare il senso di un lavoro, di una scoperta, della possibilità di entrare in contatto con una civiltà in un sorso tra i riflessi di un cristallo, con un modo di affrontare la vita, se promuovo un’esperienza da fare propria allungando la mano verso il fondo del calice. Insomma, se non resto alla descrizione per sommelier, veri o presunti, tonalità di colore e fiori e frutta di riferimento, io cambio il destino di un mercato, di una intrapresa economica.
Non avrai i castelli e i giardini francesi, ma hai la storia della gente, i percorsi aspri, la fatica in faccia al cielo e alla terra che permette di conquistare ogni vetta, una experience che vale la durezza della scalata, una immersion nel carattere delle persone, nel segreto di umori e profumi, nella natura così come è, che non è solo bere un bicchier di vino.
IL SAGRANTINO IMPARI LE LINGUE DEL MONDO
Rolland aggiunge un altro elemento nella sua dichiarazione d’amore al vino umbro, al Sagrantino in particolare. Dice: “Nel proporre prodotti di qualità come il Sagrantino, che ha un gran futuro, bisogna cominciare a pensare ad abbinarli non solo alla tradizione gastronomica italiana”. Che detta così potrebbe perfino sembrare poco, ma per il mondo che il guru del vino ha in mente, con un mercato che aspetta di essere conquistato come quello cinese, con 700 milioni di potenziali consumatori, è una sfida.
Ma anche qui non solo marketing e fredda comunicazione. Il nodo resta la narrazione. Mantenendoci nel nostro esempio: immaginate lo spigoloso Sagrantino che affina il suo carattere per incontrare yuzu e jalapeno, che incrocia le rotte delle spezie, profumi e fragranze sconosciute, ma vicini al cuore della Terra e alla sua millenaria saggezza. Che non ha timore di confondere il suo intenso bouquet con la curcuma e lo zenzero come con le umorose radici delle terre fredde del nord dell’Europa. Che sa essere rosso profondo, compagno di viaggio generoso del maiale nero dei Nebrodi come del più neozelandese dei Rib eye perfino del Black code in salsa che più Nikkey non c’è.
Si apre un laboratorio, magari con qualche vertigine iniziale, ma vale la pena di proseguire. Perché l’Umbria sta scoprendo di avere – finora soltanto a parole, ecco la verità – una grande storia e una tradizione e una saggezza che viene dal profondo degli anfratti più profondi dove si allungano le sue radici, un equilibrio senza tempo tra ambiente arte e storia, solo dal quale si può vedere in maniera nitida il futuro, quello che sarà. Lo dicono all’Università, lo dicono in Regione, lo dice un po’ di industria, qualche fetta di turismo e artigianato. Può diventare la ricchezza di una nuova, antica Terra promessa, o restare un ululato alla luna.
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