PERUGIA – Usura, truffa, esercizio abusivo dell’attività di intermediario finanziario, mediatore creditizio e di agente in attività finanziaria, esercizio abusivo di attività di gioco o scommessa, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e per aver emesso fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Il tutto utilizzando una società di intermediazione finanziaria: è il notevole curriculum criminale della 43enne titolare di questa società perugina, lei di origini piemontesi ma residente a Perugia da almeno 20 anni.
Una serie continua di denunce che stanno seguendo il loro corso giudiziario ma che intanto hanno un primo importante risvolto: nei confronti della donna, il Gruppo investigativo criminalità organizzata della guardia di finanza (coordinato dal maggiore Michelangelo Tolino e diretto dal tenente colonnello Antonella Casazza, a capo del Nucleo polizia economico finanziaria delle fiamme gialle perugine) su delega della procura ha dato esecuzione a un maxi sequestro preventivo per oltre 600mila euro.
Si tratta, fa sapere il procuratore Raffaele Cantone, di appartamenti, uffici, magazzini/laboratori per attività lavorative, terreni e quote della stessa società di cui è titolare la donna. Tutti beni acquistati secondo quello che lo stesso Cantone definisce un vero e proprio «sistema» reiterato nel tempo dalla donna e da soggetti a lei vicini, «volto al drenaggio di risorse finanziarie dal circuito bancario, attraverso il ricorso a mutui – poi non onorati – e alla successiva “riacquisizione” degli immobili, al termine della conseguente procedura esecutiva avviata dall’ente creditizio, con trasferimenti di proprietà dei medesimi immobili in capo a persone fisiche e/o giuridiche, comunque riconducibili agli indagati, a prezzi notevolmente inferiori alle valutazioni di mercato. Il fine ultimo delle operazioni illecite era quello di sottrarre i beni alla possibile applicazione di provvedimenti di carattere ablativo nell’ambito di procedimenti di prevenzione, che avrebbero potuto essere avviati, ai sensi della vigente normativa antimafia, considerato il curriculum criminale dell’indagata».
Tutte compravendite che, secondo quanto ricostruito dai finanzieri, erano coordinate e dirette dalla donna con l’utilizzo di prestanome.


