di Marco Brunacci
PERUGIA – Una riflessione si impone. Come scrive il presidente di Confindustria nazionale, Carlo Bonomi, in un momento tanto delicato per la crescita del Paese, per il suo futuro, con in gioco la capacità di recuperare e ripartire, come società nel suo complesso, come tessuto industriale nel suo specifico, c’è la necessità di mettersi insieme fino a porre le basi per un Patto per l’Italia. Che ovviamente diventa un Patto regione per regione.
La scommessa è chiara, chiarissima: nei prossimi due anni arriveranno molti soldi dall’Europa. Prima di tutto servono a colmare un gap, a reagire rispetto a una ferita, quella del Covid, che qui è stata particolarmente profonda e dolorosa. Poi devono essere la base per ricominciare a costruire.
Il cavallo – per usare un’immagine di scuola che Cityjournal ha spesso evocato – il cavallo deve bere, nel senso che il credito va utilizzato, i fondi usati al meglio, correttamente e capillarmente. Tanti segnali dicono che si sta già cominciando e si è sulla strada giusta. Torna la voglia di rischiare e di ricostruire anche su qualche angosciosa maceria.
Ma subito dopo il cavallo che ha bevuto deve mettersi a correre. Non basta procedere al passo, guai ad avanzare svogliati fino al primo stop.
Motivo: prima o poi il debito dovrà essere coperto. Il Paese resta sovrano (da non scambiare per sovranista) se in questo periodo fa “debito buono” – secondo quanto così ben spiegato dal premier Draghi – quindi finalizzato a investimenti produttivi, che si trasformano in ricchezza per tutti e lavoro solido, tenendosi lontano dalle morte gore della spesa pubblica fine a se stessa, da pigrizie del sistema imprenditoriale e dalle trappole dell’assistenzialismo. Altrimenti – giocoforza – il Paese si ritroverà a cedere quote di autonomia. E proprio nelle Regioni si compie la scelta, si sostanzia il Patto.
Pronti allora con la riflessione annunciata poco sopra. Ma prima va ancora detto che è stato appena presentato il protocollo d’intesa per la costituzione del tavolo permanente sottoscritto dalle 10 maggiori associazioni di categoria dell’Umbria della piccola industria, dell’artigianato, del commercio, della cooperazione e dell’agricoltura. Progetto compiutamente illustrato da Renato Cesca (attuale presidente della CNA che vedrà tra poco concludersi il suo lungo mandato, a favore di un giovane talento della imprenditoria più piccola, ma tanto vivace dell’Umbria), a nome e per conto dei presidenti delle
altre associazioni firmatarie: Mauro Franceschini per Confartigianato, Carlo Salvati di Confapi, Giorgio Mencaroni della Confcommercio, Giuliano Granocchia per Confesercenti, Carlo Di Somma di Confcooperative, Dino Ricci della Legacoop, Albano Agabiti per Coldiretti, Matteo Bartolini della CIA e Anna Ciri, vicepresidente di Confagricoltura.
Non sfuggirà che manca una sola associazione imprenditoriale tra i firmatari: Confindustria, quella di Carlo Bonomi, che a livello nazionale è promotrice e sostenitrice del Patto per l’Italia e del “fare squadra” per raggiungere obiettivi ambiziosi che da soli non possono essere conseguiti.
I vertici confindustriali umbri sono forse in ferie? Il presidente Alunni si è distratto, tradito dal gran caldo e dal mancato aggiornamento dell’agenda da parte del direttore confindustriale Schettino, nelle ultime settimane del suo mandato, ora che deve mollare (a settembre) la presidenza? L’asse Alunni-Bernardini-parte della base industriale ternana non è forse interessato a firmare impegni regionali (è successo a sorpresa con l’uscita dalla Sase, la società di gestione dell’aeroporto San Francesco, e ancora tanti osservatori e persone dabbene non riescono a farsene una ragione)?
Qualunque sia il motivo, resta un mistero che in un Patto per lo sviluppo delle categorie produttive Confindustria non abbia fatto sentire la sua voce, in una fase economica e sociale tanto delicata e complessa come questa, nella quale si decide, per l’Umbria in particolare, il ritorno nella serie A delle migliori regioni italiane, o, viceversa, la prosecuzione della sua marcia (iniziata con un Pil in contrazione costante da 10 anni e più) verso il Sud più arretrato e meno attrattivo.
Si capisce che ci sia una forte base associativa di Confindustria orientata a promuovere un radicale cambio di strategia e obiettivi per il sindacato delle imprese.
I saggi indicati per sondare gli iscritti e proporre i nuovi vertici confindustriali (Carlo Colaiacovo, Bruno Urbani e Cipiccia) avranno un mandato a dare un taglio rispetto al recente passato? A promuovere una squadra largamente rinnovata?
Lamentele nella base c’erano state al tempo della decisione di non venire incontro a chi aveva problemi di pagamento delle quote associative durante i momento più difficili della crisi Covid. Adesso quei malumori si stanno saldando con altri. Presto si conosceranno i risultati del mandato esplorativo dei saggi e le loro conclusioni.
Per ora si deve prendere atto che non c’è traccia di Confindustria umbra nel (sicuramente) virtuoso Patto per lo sviluppo dell’Umbria appena siglato.
Post scriptum: le 10 realtà dell’industria umbra, firmatarie del Patto, fondamentali, nel loro complesso, per l’occupazione e la produzione regionale, hanno lasciato intendere che meriterebbero maggiore attenzione. Un esempio concreto: possibile che non si capisca quanto siano importanti anche loro per innovazione e ricerca? E come mai allora l’Università non si rapporta anche con loro e anzi tende a saltarle sistematicamente?


