di Luca Ceccotti
TERNI – Papalina! Una parola divenuta virale più velocemente del Covid grazie a Sanremo 2022, la Whuan della musica italiana, epicentro riconosciuto del nazionalpopolare e del varietà. Sulla carta, da sempre, venduta come la competizione canora più importante del Bel Paese, Sanremo è ormai tanto altro, soprattutto una bacheca, una vetrina: per la trasgressività dei più giovani (quella di Achille Lauro), per il riconoscimento dell’identità di genere, per i diritti delle donne, contro il razzismo, pro libertà e comunicazione in molte forme differenti e spesso anche sbagliate in buonafede.
Questo gli va riconosciuto. Il palco dell’Ariston è molto cambiato nel corso degli anni, e mai come in questo momento è stato ricettacolo alchemico popolare in grado di intercettare il vivo e partecipe interesse di tante generazioni – pure in conflitto. È il Festival plasmato da Amadeus in tre anni, quello della ripresa, il dopo-senza-pubblico, che vuole essere al contempo composto ma libertino, tradendo anche un certo qualunquismo artistico che però piace perché miscellanea di musica, spettacolo, sociale. Un po’ di Locura e un po’ di serietà, descrizione calzante per l’Italia intera, che a Sanremo viene di fatto rappresentata in tutta la sua lunghezza e complessità, vizi e virtù annesse, in quattro serate che mantengono comunque vivo e attivo il core musicale. Perché Sanremo è Sanremo. E a Sanremo prima di tutto si canta.
A ridosso del giro di boa dell’edizione settantadue della gara sonora più amata dai russi (anche perculata dal geniale conduttore slavo Ivan Urgant), non può mancare il pagellone delle canzoni e delle perfomance di tutti e 25 gli artisti in gara. Ma prima, una domanda su Checco Zalone: è ancora il mattatore nostrano della comicità italiana? Divide e fa discutere, polarizza i giudizi ma unisce classi politiche pure agli antipodi – da Renzi a Salvini – ed eclissa in tre siparietti differenti e preparati la presenza scenica a braccio di Fiorello. Verrebbe da rispondere “sì”, dunque, con tutti i limiti del caso, ma una cosa è certa: non è uno degli artisti più amati dagli Oscar come sostenuto da Amadeus, in evidente fase iperbolica. Funziona? Va detto, sì; e al netto delle critiche più o meno giuste sulla mancata temperanza sul tema dell’omotransfobia – che voleva a suo modo additare, non sostenere. C’è però una diversa sensibilità sociale e culturale, oggi, e dimenticarsene sul palco più importante d’Italia è un po’ superficiale. Sui suoi “Ragadi” e “Cugino di Albano”, invece, nulla da eccepire: solo risate.
Detto questo, si passa al pagellone.
ELISA “O forse sei tu” (Voto 7) – Le canzoni di Elisa sono come carezze. C’è una delicatezza a monte che sostiene l’intera struttura di musica e testo, che cura con grazia l’evolversi e il crescendo delle parole, della storia tra note e concetto. Si parla d’amore, idealizzando il rapporto perfetto (“ti capirei se non dicessi neanche una parola/mi basterebbe un solo sguardo per immaginare il mare blu”) con la solita e leggiadra poesia delle strofe elisiane. Bella da ascoltare, soffice all’udito, vellutata anche nel connubio violini/batteria. Non sappiamo se merita l’apice della classifica come deciso dalla sala stampa, ma la Top 5 sicuramente
MAHMOOD & BLANCO “Brividi” (Voto 8) – Cosa succede quando uno dei talenti più fulminati e amati del panorama pop e R&B italiano incontra il mito rapcore nazionale del momento? Lo dice la canzone stessa: vengono i brividi. Il pezzo di Mahmood & Blanco è una perfetta crasi dei due mondi, l’incontro di due voci che sanno convivere in armonia e creare immagini di grande romanticismo urbano (“ho sognato di volare con su una bici di diamanti”). Al contrario di Elisa, c’è crisi nell’amore che ammanta la canzone, e i due artisti hanno portato questo elemento sul palco dell’Ariston con significativa intensità. Attendiamo fiduciosi la seconda esibizione, ma al momento i vincitori sono loro
LA RAPPRESENTANTE DI LISTA “Ciao Ciao” (Voto 7.5) – Secondo Sanremo per LRDL e secondo trionfo. La loro libertà sovrasta ogni cosa, si tratti d’identità o di musica, anche dei testi. Il duo palermitano continua a macinare successo da un anno a questa parte, e la loro “Ciao Ciao” si dimostra lettura personale e trascinante dell’indifferenza post-pandemica (“nel silenzio della crisi generale ti saluto con amore”), tra basso onnipresente e trombe da perdere la testa. Un velato inno dadaista che non vuole prendersi sul serio. Davvero riuscita, così come l’interpretazione con annesso balletto di Veronica Lucchesi
DARGEN D’AMICO “Dove si balla” (Voto 7) – In abito rosa confetto e con immancabili occhiali da sole, entrato dopo i Maneskin, Dargen D’Amico ha portato la dance contemporanea all’Ariston con una spruzzata di inizio millennio a insaporire. Si definisce “cantautorap” e in effetti dietro alla semplicità del testo e al ritmo catchy oltre ogni infatuazione platonica sonora, “Dove si balla” nasconde qualcosa di più attuale e affascinante. Parla infatti di Pandemia ma con guizzo leggero e appagante, raccontando con pochissime parole una situazione comune (“tra gli incubi mediterranei, che brutta fine, le mascherine, la nostra storia che va a farsi benedire”) che ha unito – ma pure diviso – tutti. Irresistibile e travolgente, è una delle hit assicurate di Sanremo
GIANNI MORANDI “Apri tutte le porte” (Voto 6.5) – Non poteva che essere Jovanotti a scrivere la canzone di ritorno a Sanremo dell’Eterno Ragazzo della musica italiana. Una piccola ma essenziale riflessione sulla prigionia dei pensieri intrusivi che generano malessere, musicata e scritta con lungimirante positività. Un pezzo di resilienza e pure di cambiamento, sempre puntando al meglio, soprattutto trovando la giusta fiducia in se stessi. Gli basta essere carina e funziona senza tante sorprese
EMMA “Ogni volta è così” (Voto 5.5) – Ancora Emma a Sanremo, a dieci anni di distanza dalla sua vittoria nel 2012 con “Non è l’Inferno”. All’epoca cantava delle difficoltà sociali dei giovani e dell’Italia, oggi torna con la sua solita e perseverante grinta a cantare di amore e femminismo (“ogni volta è così, siamo sante o puttana”/”mamma mi diceva sempre siamo come angeli”), scegliendo come direttrice d’orchestra l’infaticabile Francesca Michelin. Niente di nuovo all’orizzonte ma nella galassia Marrone è un testo apprezzabile che piacerà agli amanti del pop più commerciale. Per gli altri c’è poco da fare, invece
DITONELLAPIAGA & RETTORE “Chimica” (Voto 7) – Una quota di trasgressività old age va sicuramente assegnata a questo pezzo, che unisce una vecchia e ancora arzilla gloria del pop rock italiano a una delle nuove leve del genere. Donatello Rettore canta: «Non c’è anticipo o ritardo, se rimango vengo ripetutamente/E non mi importa del pudore, delle suore me sbatto totalmente». C’è dentro un bisogno di libertinaggio e una voglia di rompere i canoni che è davvero esplosiva e che arriva con fare coinvolgente a un variegato parterre di ascoltatori. In effetti, è questione di chimica
MASSIMO RANIERI “Lettera di là dal mare” (Voto 5) – Ranieri e Iva Zanicchi sono invece le quote conformiste di Sanremo 2022. Per quanto voce e interpretazione restino intense – con qualche stonata -, si avverte nell’artista un’aura d’insistenza su ritmiche mono-generazionali, sul solito tema dell’amore raccontato con profondità emotiva che sembra non voler andare oltre un pubblico di affezionatissimi. La musica è tra le più orchestrabili dell’edizione e forse vincerà il premio annesso, ma il resto non fa gridare per nulla “terra, terra, terra”
IRAMA “Ovunque sarai” (Voto 6) – Quest’anno niente video registrati: Irama è finalmente riuscito a salire nuovamente e in diretta sul palco di Sanremo. Meglio l’anno scorso, comunque, il che rende il destino davvero beffardo. Intendiamoci: estensione vocale, timbro, modulazione sono come sempre straordinari in Irama (pure con qualche pizzico di autotune), eppure l’artista di Monza sembra aver scritto questa “Ovunque sarai” con il pilota automatico, puntando proprio sulle qualità sicure, meno sul coraggio e la novità
FABRIZIO MORO “Sei tu” (Voto 6.5) – Dove possibile, tagliamo corto: la classica e trita canzone alla Moro degli ultimi cinque anni. Un bel testo romantico, belle immagini sentimentali, equilibrio bassi/alti non pervenuto. Mood e interpretazione sono paurosamente identici alla sua “Portami via” del 2017, il che non è per forza un male ma nemmeno un bene. Non un canzone d’amore in senso stretto ma d’affatto verso le persone importanti della sua vita (compagna, figli, madre). Si sente ma resta la sensazione di deja-vu
GIOVANNI TRUPPI “Tuo padre, mia madre e Lucia” (Voto 6) – Le corde di una chitarra classica aprono un testo onda pronto ad abbattersi sugli astanti e sul pubblico da casa. La voce bassa e controllata ricorda quella di De Andrè nonostante i giusti e sacrosanti gradi di separazione tra l’alto cantautorato che fu e il medio cantautorato odierno che ci prova, a volte riuscendoci. Truppi è tra questi ultimi e ama la forza della parola molto più della complessità delle note a sostegno del testo. Racconta una storia come se fosse una fiaba metropolitana, un po’ onirico un po’ logorroico, per nulla pulito o di facile ascolto. Consapevolmente respingente, “Tuo padre, mia madre e Lucia” è un pezzo da scavare e scoprire, che sotto la superfice nasconde grazia e talento. Eppure, purtroppo, respingente resta
NOEMI “Ti amo non lo so dire” (Voto 5.5) – Vale davvero lo stesso discorso fatto per Moro. Nel caso specifico, comunque, Sanremo è stato spesso e volentieri molto punitivo con Noemi. Siamo certi lo sarà anche quest’anno
SANGIOVANNI “Farfalle” (Voto 5) – Idolo dei giovani, promessa dei talent: Sangiovanni (per gli amici Sangio) porta sul palco dell’Ariston un testo efficace nel suo stile e nelle sue corde, accompagnato da un arrangiamento funzionale alla poetica romantica da generazione Z del cantante. Vive di mediocrità nel suo orizzonte teen e non è nemmeno la canzone più radiofonabile del Festival. Non dà buttare ma accessoria e senza fascino
MICHELE BRAVI “Inverno dei fiori” (Voto 3) – Con tutta probabilità la canzone peggiore del Festival. È davvero un pezzo congelato in un passato pop che ha scelto di non fiorire più. Bravi vive il complesso di Dorian Gray con la propria musica: per sembrare sempre giovane e affascinante, queer e appetibile, lascia deteriorare la sua arte. Quasi polvere ormai
RKOMI “Insuperabile” (Voto 6) – Rkomi che copia se stesso. Se lo fanno gli artisti di un certo spessore e navigati, è un conto. Farlo praticamente a inizio carriera è un suicidio, oltre che sintomo di una connaturata mancanza di innovazione (i giovani non giovanissimi potrebbero e dovrebbero puntare a quello). Ma il paradosso è questo: possono un ritmo e un testo orecchiabili vincere sull’aridità dell’arte in quanto tale? A volte sì. Purtroppo o per fortuna
ACHILLE LAURO feat. HARLEM GOSPEL CHOIR “Domenica” (Voto 7) – Un fisico più statuario, forse più tatuaggi, stesso piglio fluido e trasgressivo di sempre. Sale sul palco a petto nudo, scalzo e solo con un paio di pantaloni di pelle addosso, circondato dal coro gospel come Hercules dalle muse nell’iconico classico Disney. Semidio anche lui? Forse, ma la religione musicale è la sua e a quella resta fedele, nel bene e nel male, battezzandosi pure sul palco con le proprie mani. Resta uno showman nato (anche il balletto con le mani incrociate dietro la testa) che funziona alle sue condizioni, oggi più di ieri senza però sorprendere poi così tanto il grande pubblico, che lo vede come Diavolo o Acqua Santa. Per questo Lauro unisce in mondovisione questi due antipodi, in una comunione d’intenti senza predica, fischiettando alla fine del ritornello
MATTEO ROMANO “Virale” (Voto 5.5) – Un giovanissimo tra i big di Sanremo. Non viene dai talent ma dai social, forse il primo del suo tipo sul palco dell’Ariston. Una carriera iniziata con l’arrivo della Pandemia di Coronavirus e divenuta virale in due anni, soprattutto su TikTok. Mai titolo fu più azzeccato, insomma, Per quanto riguarda la canzone: è fresca e leggera come un’insalata greca mangiata d’estate a cui manca però quel tanto di sapore in più che basta a renderla davvero interessante
HIGHSNOB & HU “Abbi cura di te” (Voto 6) – Una delle voci forse più sottovalutate del panorama pop-rap italiano, Highsnob porta a Sanremo un pezzo d’amore e di dialogo interiore (“perché non ti sento ma tutto qui parla di te, e solo dio sa quanto vorrei che fossi silenzio”) insieme a Hu, che sostiene con grazia stile e contenuti dell’artista. Una canzone equilibrata che va lasciata crescere lentamente. La performance non proprio entusiasmante della seconda serata non ha purtroppo aiutato a far emergere i lati migliori del pezzo
GIUSY FERRERI “Miele” (Voto 4.5) – L’inizio del testo è emblematico: «Tu no, non hai lasciato niente e non riesco a capire se ti ricorderai di me». La coscienza del pezzo che dialoga con il grande pubblico. Una ritmica incalzante e una sviolinata a fine ritornello non bastano a salvare una canzone fin troppo fine a sé stessa che a differenza del miele non si appiccia addosso
IVA ZANICCHI “Voglio amarti” (Voto 4) – Over 80 e ancora una gran voce. Peccato la canzone: insostenibile
AKA 7EVEN “Perfetta così” (Voto 3.5) – Under 25 e una voce mediocre. La canzone è insostenibile come quella della Zanicchi, se non peggio
LE VIBRAZIONI “Tantissimo” (Voto 4.5) – Vibrazioni non pervenute. I tempi di Giulia sono lontani e forse è arrivato il momento di farse un esame artistico di coscienza. Nel 2012 la pausa, nel 2017 il ritorno, nel 2022 il disastro. “Tantissimo” è un pezzo disastroso senza troppi giri di parole. Comunque migliore de “L’inverno dei fiori”
YUMAN “Ora e qui” (Voto 4.5) – Un po’ Jay Z e un po’ Vin Diesel, il cantante soul italiano delude le aspettative. La voce è bassa e distante e la musica non convince. Ascoltata in differita tra radio, spotify e youtube il timbro e l’estensione dell’artista sono invece altra cosa, ben più concreti, di significato, ma “Ora e qui” non è comunque un buon risultato
TANANAI “Sesso occasionale” (Voto 4) – Sono solo canzonette
ANA MENA “Duecentomila ore” (Voto 3) – Mancava Gigi d’Alessio. Ci ha pensato Ana Mena. L’ultimo posto in classifica datole dalla sala stampa è giusto? “Duecentomila ore” fonde insieme il peggio dei luoghi comuni musicali della neomelodica insieme a quello del latinoamericano. Una punizione è d’obbligo, soprattutto se il tentativo è anche quello di imitare spudoratamente Ariana Grande, che basta e avanza


