Da Narni a Berlino con un corto sulle prime volte, l’intervista al regista Lorenzo Tardella: «Ora guardo al mio primo lungometraggio»

Il futuro del cinema italiano parla anche un po’ narnese: «Nel mio cinema ci sono io e c’è il conflitto, tra intimità ed eleganza»

di Luca Ceccotti

TERNI – Lorenzo ha sempre avuto le idee chiare. A volte le strade non si percorrono ma ci scelgono, proprio come quella del cinema ha scelto lui. Classe ’92, alla soglia dei 30 anni, prima di essere regista Tardella è un accanito cinefilo, da sempre. Benedetto dal dono dell’eleganza visiva – un po’ “guadagninesca” -, ricercata quanto e dove serve senza esagerare, lui nel suo cinema racconta quelle che definisce “le prime volte”, come poi si vede bene ne “Le Variabili Dipendenti”, cortometraggio sviluppato da Lorenzo come saggio di diploma al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e selezionato in via ufficiale al prestigioso Festival di Berlino 2022, nella sezione “Generation”.

Non il suo primo lavoro, comunque. Si tratta del sesto corto girato da Tardella. Il primo, “Blue”, quando era al primo anno d’università: «Sono cambiate tante cose, da allora – dice -. Il punto di non ritorno è certamente il mio ingresso al Centro sperimentale, nel 2019. Un anno prima avevo presentato “Late Show”, un lavoro che definirei più uno spot sull’essenzialità della sala. Non piacque a tutti ma rientrai nei primi 12. Purtroppo le selezioni sono davvero difficili e ad essere scelti sono solo in 6». Poi racconta di come Claudio Cupellini, suo docente di propedeutica di allora, gli disse “Lorè, ce devi riprovà!”: «Significava creare un altro corto dal nulla – continua -. Però lo faccio e nasce “Edo”, un lavoro molto più rappresentativo del mio stile e di me stesso, e infatti convince di più e finalmente entro al Centro».

Le cose si fanno più interessanti, per Lorenzo, che da Narni a Roma continua a crescere in senso artistico e lavorativo, nonché formativo, circondato da alcuni interessanti nomi italiani della settima arte: Susanna Nicchiarelli (Miss Marx, Nico 1988), il già citato Cupellini (Una vita tranquilla, La Terra dei Figli) ma anche Francesca Manieri, sceneggiatrice tra le più lanciate del momento e dietro a opere come We Are Who Are su Sky e L’incredibile storia dell’Isola delle Rose su Netflix: «Lei con Le Variabili Dipendenti ci ha dato una mano incredibile. Scelta personalmente: ero rimasto folgorato dalla serie diretta da Guadagnino».

In effetti, il corto presentato alla Berlinale lo scorso febbraio è un’opera piccola e molto emotiva, che parla della scoperta dell’intimità con sguardo caldo e ravvicinato, con primi piani insistiti e lunghi silenzi dove sono gli sguardi e la tensione a parlare. La visione, lo dicevamo, è oltremodo elegante e calibrata, chiarissima, ed è questo il biglietto da visita di Lorenzo, quello che lo ha portato fino in Germania: la capacità di avere “qualcosa da dire” e sapere soprattutto come dirla, come grida poi Capuano nel meraviglioso “È stata la mano di Dio” di Parolo Sorrentino.

«Le Variabili Dipendenti è tutta un’altra storia – spiega Tardella -. Al Centro sperimentale inizi a capire davvero cosa significhi fare cinema. Ne è l’esatta anticamera. In particolar modo, se sai ascoltare, impari a ridimensionare il tuo ego, a capire che non decidi tutto tu, che ci sono tante altre persone con cui confrontarsi. Ma poi budget più alti, molta più gente coinvolta nella lavorazione. C’è un dialogo continuo, dalla fase di scrittura fino alla post-produzione. E la crescita è assolutamente percettibile».

Ma cos’è che ispira Lorenzo?: «Molto banalmente, faccio ciò che mi piace vedere, parlo di quello che vorrei vedere e di ciò che in fondo sono. Posso definirlo cinema da coming of age, di formazione, anche se non racconto l’adolescenza ma ciò che la precede, la perdita dell’infanzia e la caduta in questo buco nero esplosivo, un’età caotica in cui non si ha il controllo. Ma anche perché da quel periodo, personalmente, ho ancora tante cose irrisolte, per certi versi della mia vita. Sono bloccato lì, se vogliamo metterla in questo modo, e mi viene spontaneo rivedere certi sentimenti in ragazzi di quell’età, che ripeto essere pazzesca». Quindi l’esigenza di raccontare l’irrisolto in un’età rappresentativa del conflitto: «Ma il cinema è conflitto! – esclama Lorenzo -. E quell’età è perfetta e prediletta per riversare dentro tutto questo, per arte o necessità. Ma è un cinema delle prime volte, non dell’essere giovani».

Ora sta muovendo i primi passi verso la sua opera prima, intesa come lungometraggio. Berlino ha dato una mano – come sostiene anche lui stesso – ma la strada è ancora in salita: «Mi sto accorgendo in prima persona di quanto il mondo del cinema, internamente, sia proprio cambiato. Parlo anche della produzione e della distribuzione, della diatriba tra sala e streaming. Un po’ è preoccupante, ragionando proprio sulle esigenze di destinazione. Ma comunque basta corti: voglio giocarmi questa carta, la visibilità – anche se parziale – guadagnata. Ma è tutto in divenire, ancora complesso. La differenza sostanziale la fa il soggetto che proponi, e il mio è pronto e spero di vederlo prodotto prima o poi. Ho la fortuna di avere un portfolio di presentazione che mi rappresenta molto. Posso dire: vi piacciono i miei corti? Probabilmente vi piacerà anche la mia opera prima».

In conclusione, l’Umbria, che resta sempre nel cuore di Lorenzo, che si trovi a Roma o all’estero: «Un giorno, chissà, potrei anche girare un lungometraggio qui, nella mia regione. Non lo nascondo: mi piacerebbe molto. Per un cinema intimo, bucolico, vicino, è davvero perfetta». Per ora, però, si guarda altrove, sicuramente lontano, dice lui “qualcosa di marittimo”. L’augurio è di tornare a parlarne molto presto.

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