PERUGIA – Claudio Cardelli, presidente dell’Associazione Italia-Tibet, nel ricordare come il 10 marzo sia il 63° anniversario dell’insurrezione di Lhasa e nel ringraziare l’Umbria per l’attenzione che vari amministratori di importanti città dedicano alla storia e alla cultura tibetana, ha ripercorso in un comunicato stampa la storia di decenni di occupazione coloniale cinese.
Ha inoltre anticipato come in accordo con il referente umbro dell’associazione, Pier Francesco Quaglietti, a partire dal mese di aprile ci saranno eventi sia a Perugia che a Todi e in altre città umbre, appuntamenti volti a far conoscere la cultura tibetana. Un appuntamento di notevole importanza si terrà a Perugia, dove dal 29 settembre al 30 ottobre si svolgerà nella Sala della Cannoniera della Rocca Paolina, la mostra fotografica “Tibet cuore dell’Asia” . Una mostra che porterà a Perugia immagini storiche, tra cui alcune foto del grande orientalista Fosco Maraini. «Non dimentichiamo l’ultimo drammatico evento, puntualizza Cardelli : il 25 febbraio scorso il giovane artista cantante Tsewang Norbu si è dato fuoco davanti al palazzo del Potala a Lhasa per denunciare, ancora una volta in modo drammatico ma non violento, la tragica situazione in cui versa il Tibet da 72 anni. Onore a questo ragazzo di 24 anni e ai 157 martiri tibetani che si sono sacrificati per la loro terra nell’indifferenza del mondo. Vogliamo allora rievocare come il 10 marzo segni un evento tragico nella storia del Tibet. Il 10 marzo 1959 infatti il risentimento dei tibetani contro l’occupazione militare della Cina, che nel 1949 aveva illegalmente invaso il Paese, sfociò in un’aperta rivolta nazionale. L’intera popolazione di Lhasa, la capitale del Tibet, esasperata dalle violenze e dai soprusi, ferita nella propria identità culturale da una dissennata politica di assimilazione forzata e temendo per l’incolumità dello stesso Dalai Lama, scese nelle strade chiedendo con forza la fine del regime coloniale cinese. L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò brutalmente l’insurrezione, uccidendo tra il marzo e l’ottobre di quell’anno oltre 87.000 civili. Il Dalai Lama fu costretto a lasciare il Paese e chiese asilo politico in India. Negli anni che seguirono il Tibet, conobbe la morsa della carestia e subì ogni tipo di umiliazione e violenza. Nel decennio allucinato della Rivoluzione Culturale (1966-1976) la furia iconoclasta delle Guardie Rosse distrusse templi, monasteri e di ogni vestigia della cultura e del patrimonio artistico del Tibet. Nonostante il Tibet sia stato in passato un paese libero e indipendente dalla Cina, come attestano le ricerche storiche di numerosi autorevoli studiosi, da molti anni il Dalai Lama e il Governo Tibetano in Esilio hanno cercato di dare vita con Pechino, a un percorso basato sul dialogo e la mediazione rinunciando alla richiesta dell’indipendenza per ottenere in cambio una genuina autonomia all’interno della PRC». «Purtroppo – prosegue Claudio Cardelli – la risposta di Pechino fino ad ora è stata negativa. Mentre continuano le repressioni religiose fino ad arrivare a interferire nella antica tradizione del riconoscimento dei grandi lama reincarnati quando solamente ai tibetani spetta il diritto di riconoscere i propri leader». «In questi drammatici giorni – conclude ancora Claudio Cardelli – il messaggio del Dalai Lama, che vede la risoluzione dei conflitti solo attraverso le armi del dialogo e, soprattutto. la sua profonda consapevolezza che ad una violenza non si debba mai rispondere con una violenza uguale e contraria, appare più attuale e saggio che mai».



