di Angelo Drusiani
PERUGIA – Pensare che il rialzo del costo della vita in Eurozona, Italia compresa naturalmente, freni la propensione ai consumi non troverebbe conferma in questi giorni. Autostrade, treni, traghetti e quant’altro potrebbe mancare nell’elenco degli spostamenti, ai limiti della capienza, alla vigilia della Pasqua, come prima dell’esplodere della pandemia, dei timori legati all’aumento dei prezzi delle materie prime e, dulcis in fundo, della guerra nell’estremo oriente del vecchio Continente. Teatro, da secoli, peraltro, di guerre intestine non certamente di secondo piano.
C’è chi ha pensato, foriero di pessimismo non trascurabile, dei balli prima che il Titanic affondasse. Come dire, godiamo, finché si può. Ma non sarà così probabilmente. In primo luogo, perché i prezzi delle materie prime, e dei prodotti derivati dalle materie prime stesse, non potranno mantenersi elevati a lungo. Perché restino su tali livelli, occorre che i consumatori acquistino i prodotti anche a prezzi maggiorati, come se nulla fosse mutato. Peccato che i salari, in Eurozona e in Italia, soprattutto, non abbiano seguito gli aumenti che stanno caratterizzando le vendite al dettaglio. Ed è quasi inevitabile che questa convulsa fase inflazionistica abbia termine, forse in tempi meno lunghi del previsto. Come dire, il pessimismo citato poco sopra potrebbe avere una durata contenuta. Se però osserviamo con attenzione i listini azionari e le quotazioni dei titoli governativi, sia oltre Atlantico, sia in area euro, potremmo trarre conclusioni molto incerte. Da un lato, perché, al momento, l’andamento degli indici azionari risente ancora negativamente dei turbamenti da inflazione. In Eurozona, indubbiamente, anche il citato conflitto produce effetti negativi, seppure in misura inferiore a quelli di stampo inflazionistico. Mentre alla Borsa di New York, in realtà, di effetti legati alla guerra in Europa non si trovano segnali particolari. Peraltro, la distanza in termini di chilometri tra Stati Uniti e confine orientale dell’Europa è elevata e, forse, giornali e televisioni USA dedicano meno spazio agli avvenimenti della guerra in corso. Il segnale che proviene dai listini azionari, in ogni caso, si collega al futuro aumento del tasso di riferimento a Washington, mentre per Francoforte i tempi non sono ancora maturi. Ma la tempistica non fa testo, perché i rendimenti di BTP, BUND & Co. seguiranno di pari passo i rialzi che il T-BOND USA metterà a segno da qui al inizio maggio. Quando l’organo deputato alla fissazione dei tassi della Federal Reserve deciderà il nuovo valore. Quindi che tempistica si potrebbe assegnare all’aumento del tasso d’inflazione? Probabilmente, nei prossimi dieci mesi, dopo un ulteriore, moderato rialzo, una stasi dei prezzi potrebbe essere anticipatrice di una discesa più rapida del previsto. Perché, nel frattempo, i consumatori potrebbero aver mutato le loro abitudini, limitando ai beni essenziali i loro acquisti. E, si sa, quanto importante sia il contributo dei cosiddetti consumi voluttuari nell’arricchire tanto i produttori di materie prime, che chi queste ultime le trasforma in beni di consumo. Quindi nessun nuovo Titanic alle porte. Ma, probabilmente, una fase meno brillante di quella vissuta fino a poco tempo fa. Anzi, sicuramente, se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse durare ancora a lungo, senza evocare scenari ulteriori. Per chi ama il comparto obbligazionario, quando il rendimento del titolo decennale USA si attesterà tra il 3 e il 3,25% si potrebbe iniziare ad accumulare BTP con analoga durata o, se si cerca la “sicurezza”, i titoli tedeschi con analoga scadenza, ma con rendimento di un punto circa inferiore a quello che lo stesso BTP segnerà in quella fase. Ma i migliori risultati, com’è accaduto negli ultimi anni, dovrebbero essere prodotti dall’investimento nei mercati azionari. Scegliendo, ancora una volta, le società tecnologiche. Le cui quotazioni, ora, sono penalizzate dall’aumento dei tassi d’interesse, ma che, probabilmente, troveranno un ottimo alleato, quando il rialzo stesso avrà termine, per poi riprendere, con gradualità, una parziale discesa. Senza però tornare ai tassi zero o negativi vissuti fino a pochi mesi fa. Per chi ama investire in monete non euro, queste settimane dovrebbero favorire un rialzo ulteriore del valore del dollaro degli Stati Uniti. Attenzione alle commissioni che vengono generalmente applicate alle operazioni di cambio tra moneta unica e dollaro stesso. Se di valore medio alto, potrebbero ridurre sensibilmente il guadagno che il biglietto verde avrebbe messo a frutto nell’arco temporale in cui è stato mantenuto in portafoglio titoli.


