di Egle Priolo
PERUGIA In trentasei anni di servizio ha fatto nascere circa 10mila bambini. «Se aggiungiamo le gravidanze e i parti a cui ho partecipato in maniera, diciamo, secondaria arriviamo alla popolazione di Assisi. La prima? Giada. E l’ultimo è il mio secondo nipote, Filippo detto Eppo. Adesso posso davvero fare il nonno».
A parlare è Giorgio Epicoco, direttore del reparto di Ostetricia e ginecologia del Santa Maria della misericordia fino allo scorso 31 marzo, “padre” e maestro per almeno tre generazioni di ginecologi non solo ospedalieri, in pensione dal primo aprile e, no, non è uno scherzo. Lascia un reparto in salute, professionisti d’eccellenza, una squadra rodata che funziona e che ha dimostrato anche sotto Covid di saper gestire l’emergenza. «Negli anni – spiega – ho cercato di far prevalere il merito piuttosto che l’anzianità. Altrimenti non rimane posto per i più giovani, invece bisogna liberarli. Io potevo lavorare fino al 2025, ma ho deciso di smettere…».
Dottor Epicoco, come va? Come è la nuova vita?
«Benissimo, la nuova vita è splendida, si dorme serenamente e non tengo più accesi due telefoni: quando squilla il cellulare, non devo temere di andare di corsa in ospedale e ora, dopo non aver potuto godere appieno della crescita dei miei quattro figli (Giorgia, Vittoria, Michela e Gabriele) come papà, avrò più tempo per fare il nonno ai miei nipotini, Lorenzo e Filippo. Oltre a tutti i progetti per le coppie che portiamo avanti con mia moglie Cristina».
Quando ha iniziato?
«Io sono stato personalmente responsabile della prima nascita nel 1986, una bimba di nome Giada. E ho aspettato l’arrivo al mondo di Eppo, secondo figlio di Vittoria, per andare in pensione. Sono stati anni intensi…».
Lei è praticamente “zio” di circa 10mila bambini. C’è qualcuno che le è rimasto più impresso?
«Tutti hanno una storia. Ma per esempio c’è stata un bambina che vedo ancora regolarmente. Sono stato addirittura suo padrino di battesimo in ospedale: alla nascita pesava 500 grammi, è stata a lungo in Terapia intensiva, è stata sottoposta a diversi interventi. Ma sta bene e ora studia medicina: vuole fare la pediatra. Come vede, negli anni, ho potuto godere di legami di tipo medico ma anche umano».

Che sogno aveva Giorgio Epicoco?
«Sono partito molto da lontano. Ho iniziato negli ospedali di Cascia e Norcia, poi al Calai di Gualdo Tadino, Spoleto, Gubbio fino a Perugia, dove sono tornato nel marzo del 1989. Io ho sempre sognato di far nascere bambini, il mistero di quelle pance mi ha sempre affascinato: negli anni Sessanta nasceva un milione di bambini, ne vedevo tante, ora siamo a circa 400mila… Mi rendo conto che nonostante sia passato anche per la ricerca e lo studio universitario, ho sempre desiderato di fare il medico ospedaliero, accanto alla gente, vicino alla gente. Sentivo di voler essere utile. Il mio sogno iniziale era di salvare il mondo, poi ho deciso di farlo un bambino alla volta».
Un impegno concreto e certamente totalizzante…
«Il lavoro in ospedale ti prende completamente e questo ogni tanto va a discapito della famiglia. Ma ho ricevuto tanto e io mi sono evoluto insieme all’evoluzione dell’ospedale stesso. Quando ho iniziato si facevano appena le prime ecografie, il tracciato era un mezzo misterioso a cui affidarsi durante il travaglio. Adesso abbiamo anche la cardiotocografia computerizzata, inimmaginabile allora. E ho assistito anche all’evoluzione dell’assistenza ostetrica. Ostetricia all’inizio era a carico della levatrice, poi è passata in maniera spiccata alla cura del medico. Adesso finalmente sta tornando nelle mani delle ostetriche, che stanno acquisendo sempre più una capacità professionale. Dico sempre che il ginecologo, il medico, andrebbe interpellato per chi ha problemi, il resto va valutato e seguito dalle ostetriche. Per questo, nel mio tempo da direttore, mi sono battuto per il percorso del basso rischio ostetrico: non me lo sono inventato io, ma il ministero. Ed era necessario attivarlo anche a Perugia. Perché la gravidanza è un evento naturale, magari non totalmente fisiologico, ma per chi non ha problemi bisogna affidarsi alle ostetriche, sempre più professionali».
A Perugia avete attivato anche le due Stanze di Lucina, dove le donne possono partorire come fossero in casa…
«La stanza di Lucina è il più alto punto di questo percorso. C’era una richiesta di tornare a partorire a casa, ma così è una via di mezzo tra il parto casalingo e la sicurezza che può darti solo un ospedale. È una casa inserita nel nido protettivo dell’ospedale, che però secondo me è stata poco compresa, non ci sono mai state tantissime richieste mentre invece andrebbe fatto capire che le due stanze sono comunque a un passo dalla sala parto, dentro una struttura ospedaliera per qualsiasi necessità. In ogni caso, adesso, causa Covid non sono più utilizzabili, ma spero si torni presto alla normalità per ripartire di buona lena».

A proposito, come è stato (e come è) lavorare sotto Covid?
«La pandemia è stata uno tsunami. L’ospedale di Perugia è diventato il punto di riferimento della regione, con pazienti che arrivavano da oltre la metà della Asl Umbria 1, più Foligno, che è stato per anni un importante punto nascita, con numeri anche superiori a Terni. Ci inviavano quindi le pazienti Covid e abbiamo dovuto organizzare diversi percorsi, la sala bianca, quella grigia, la sala Covid situata lontano dalla sala parto. Con equipe praticamente sdoppiate e difficoltà sia di mezzi che di personale, ma non c’erano altre possibilità. A volte abbiamo dovuto contare sulla buona disponibilità delle ostetriche che rientravano dalla notte o dei medici presenti. Basti pensare che nel giro degli ultimi tre mesi abbiamo avuto 50 parti Covid, 35 solo a gennaio, più di uno al giorno: è facile capire cosa significhi dal punto di vista dell’organizzazione, con un reparto di ricovero isolato a cui accedere con tutti i dpi di prassi. E gli spazi sono sempre quelli e le persone pure…».
Una situazione complicata…
«Amplificata dal fatto che in Umbria non abbiamo la possibilità di osmosi tra un ospedale e l’altro, a differenza magari della Toscana, dove chi fa parte di una delle tre zone in cui è divisa può spostarsi in caso di necessità. Qui per esempio il personale di Branca non può venire in aiuto di Perugia, in un’organizzazione che qualche volta spreca sia persone che mezzi. Ma diciamo che siamo riusciti a limitare i danni».
E adesso cosa farà?
«Dopo anni di lavoro totalizzante, farò il nonno. Mi sono lasciato un piccolo, piccolissimo spazio per la libera professione, ma oltre ai nipoti continuerò ad organizzare con Cristina i percorsi matrimoniali per coppie che hanno voglia di vivere più intensamente la fede o che hanno più difficoltà. Ci chiamano in diversi posti d’Italia e dopo i due libri “Noi, storia di una chiesa domestica” e “Noi con lui, percorsi di vita matrimoniale” con mia moglie ci dedicheremo a questo».
A proposito di sua moglie, come ha vissuto lei questi anni con quattro figli da crescere?
«Mia moglie è la principale responsabile di questa situazione (ride, ndr). Quando ci siamo conosciuti ero uno studente che si era allontanato dagli studi. Oltre a far nascere i bambini avevo il sogno di fare il cantante lirico, avevo iniziato a fare concerti. Ma poi l’ho incontrata, le ho raccontato il mio desiderio e lei mi ha chiesto “Perché devi cambiare la tua storia?”. Mi sono rimesso a studiare, laureato e specializzato…».
Ed eccola qui, con diecimila nipoti… Le mancherà quella sensazione di gioia di vedere per primo una nuova vita?
«Sto vivendo la giovinezza della pensione, ma mi mancherà la gioia di un neonato. Ho cercato in questi anni di trasmettere questo desiderio di non “fare” ma di “essere” medico. Mi sono battuto sempre perché le pazienti non venissero individuate come una patologia, mi interessava il loro nome. Quando facevo il giro volevo trasmettere serenità, sostenere nel percorso queste donne, piuttosto che curare una malattia. Non è questo il nostro dovere. E spero di essere riuscito a trasmettere questo desiderio. È un lavoro che mi mancherà, dopo che mi ha messo in contatto con tanta gente, mi ha fatto entrare nei loro momenti più intimi, felici o dolorosi, però non puoi staccarti. Perché penso che proprio lo “stare accanto” sia molto importante».
E Giorgio Epicoco lo ha fatto. Buona giovinezza, maestro.



