di Luca Ceccotti
TERNI – Il dibattitto sulla responsabilità diretta dei magistrati in caso di errore giudiziario è ormai annoso e ancora irrisolto. In Italia questi errori sono tanti, in media 1000 all’anno, intesi poi in senso ampio, omni-comprensivi di ogni tipicità. Il danno economico che subisce lo Stato è altrettanto ingente: circa 29 milioni di euro, soldi dei contribuenti.
I dati sono registrati in un report che analizza la situazione dagli anni ’90 fino al dicembre del 2021, dunque recente. In un periodo trascorso tra pandemia di coronavirus e guerra russo-ucraina, inoltre, forse oggi più di ieri risulta altrettanto importante anche a fronte dei cinque referendum sulla Giustizia del prossimo 12 giugno, promossi da Lega e Radicali e accolti prima dalla Corte Costituzionale e infine approvati dal Consiglio dei Ministri ieri, 31 marzo.
I punti cardine sono: abrogazione della legge Severino nel punto della sanzione accessoria d’incandidabilità dopo una condanna definitiva; abolizione raccolta firme per presentare candidature al Consiglio Superiore della Magistratura; riduzione dei reati per cui è richiesta la misura della custodia cautelare (ex-carcerazione preventiva); obbligo di separazione delle carriere dei magistrati – o solo inquirenti o solo requirenti; introduzione del diritto di voto negli organi di valutazione delle attività magistraturali anche di membri non togati (gli avvocati).
L’intenzione (oltre ogni personalizzazione) sarebbe quella d’impedire un perseverante numero di errori giudiziari a tutela dei cittadini e dei rappresentati delle amministrazioni pubbliche, oltre a un taglio netto del potere spesso non responsabile di alcuni esponenti della magistratura.
A ridosso dell’approvazione dei referendum di giugno, purtroppo ancora poco dibattuti, la giornalista Irene Testa, anche militante del Partito Radicale, ha presentato a Terni il suo interessante libro, “Il fatto non sussiste: storie di orrori giudiziari”, dedicato – tra gli altri – anche al famigerato Caso Tortora, grande esempio di malagiustizia italiana abbattutasi su Enzo Tortora, storico conduttore televisivo, politico e giornalista.

Diversi gli ospiti chiamati all’appello, come il giudice della Corte Suprema di Cassazione, Angelo Matteo Socci, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Terni, Marco Franceschini, l’assessore alla cultura del Comune di Terni, l’avvocato Maurizio Cecconelli, e infine Leopoldo Di Girolamo, sindaco di Terni dal 2009 al 2018 e coinvolto nell’ormai noto “Processo Spada” del 2016, conclusosi nel novembre 2020 con un’assoluzione in formula piena.
«Il nesso tra errore e attività politica esiste ed è forte – ha commentato Cecconelli nel suo intervento -. Tutto questo porta a un depauperamento dell’attività politica, perché la giustizia che agisce senza responsabilità sull’attività politica crea ingerenze essenziali, problematiche reali. La Giustizia non può essere attività politica, altrimenti si arriva a un profondo imbarbarimento. Oltre ogni bandiera e ogni partito, in questo senso è già utilizzato come strumento dalle opposizione, trasformato in una vera Spada di Damocle che si fa sentire. È un meccanismo perverso che va in qualche modo ridimensionato».
Per Franceschini, il tema principe è quello “dell’efficientamento della giustizia”: «La riflessione sul tema è essenziale anche per giungere a un’abbreviazione dei tempi di un processo e all’abbattimento del contenzioso, inteso come un miglioramento della giustizia in sé. La discussione dovrebbe interessare la qualità della giustizia. E attualmente non c’è un controllo sano su chi sbaglia, magistrati e non solo».

Infine l’intervento di Leopoldo Di Girolamo, che per la prima volta sin dall’assoluzione ha parlato in pubblico del suo coinvolgimento nel Processo Spada: «Come i cittadini ternani ben ricorderanno, fui accusato insieme ad alcuni assessori di alterazione del meccanismo degli appalti sul verde pubblico e sulla cura dei cimiteri per favorire le cosiddette cooperative di tipo B. Abbiamo avuto cimici, intercettazioni, pedinamenti per un totale di 6 mesi durante le indagini preliminari. E già qui nasce una questione: venne ipotizzato il reato di associazione a delinquere senza che nel merito vi fossero prove provanti. Quelle intercettazioni erano infatti sciatte e superficiali e anche pregiudizievoli (c’erano errori su nomi, posti sbagliati, ribaltamenti di termini e realtà). Alla fine uscirono 32 mila pagine per il processo. Ricordo che il pubblico ministero rifiutò di accettarle perché penalmente non rappresentavano nulla di rilevante. Per questo processo mi sono dimesso come sindaco e mi è stata bloccata l’abilitazione come medico, causandomi non solo danni morali ma anche economici. Il danno è altresì ricaduto sull’immagine della città e su possibili investitori. E per questo, nessuno dei coinvolti ha pagato nulla».


