DI AURORA PROVANTINI
TERNI – «Ero con Menotti, a Roma, quando mi raggiunse la notizia della scomparsa dell’amico Aurelio De Felice». Lo scultore del Novecento che aveva “prestato” gli occhi a Paolo Cicchini, allora assessore alla cultura del Comune di Terni e critico d’arte, muore a Torreorsina a giugno di 26 anni fa.
«Lo conobbi nel 1970 in via Mazzini – racconta Cicchini – nella galleria d’arte fondata da Giampiero Forzani che fu crocevia di artisti di caratura internazionale e di intellettuali. In cui hanno trovato spazio artisti locali come Miniucchi e autori affermati come De Felice, che oltre ad essere originale scultore era un animatore culturale per la città di Terni. Aurelio ha rappresentato un tramite tra l’arte della capitale e quella della provincia e poi tra quella europea e quella del Paese. Da Forzani ci si andava a conoscere le avanguardie artistiche e a parlare di cultura. Ci andavano quelli di destra e quelli di sinistra. Ne ho incontrate di personalità importanti in quella galleria. E tra queste c’era Aurelio».
Da quell’incontro nasce un legame che porta i due, De Felice e Cicchini, a fare lunghe passeggiate la domenica sul colle di Torreorsina. «Ci vedevamo tre volte a settimana e riuscivamo a trasformare in progetti le nostre idee. Ogni volta Aurelio inseriva un’intercalare dentro le nostre conversazioni. Faceva il verso del merlo: che con la sua voce baritonale sembrava reale». Il confronto con lui passava attraverso il parco che definiva “Il suo colle dell’infinito”». Aveva da poco fondato l’Istituto d’Arte e il Cenacolo di Torreorsina, poli di un progetto che hanno fatto diventare Terni fulcro dell’arte contemporanea. La sua visione di territorio partiva dalla formazione, dal dibattito, dall’organizzazione di eventi. Da quel parco davanti casa sua, a 11 chilometri da Terni. «Aurelio si era volutamente ritirato lì negli ultimi anni della sua vita, dopo aver respirato la stessa aria di Guttuso (a Roma), di Picasso, Cocteau, Zadkine e Tobey (a Parigi). Più delle capitali Aurelio amava Torreorsina». «Il progetto della sistemazione del Colle di Torreorsina – ricorda Cicchini – è stato tenacemente perseguito dall’amico Aurelio che ne indicò, con precisione assoluta, i punti in cui sistemare le sue sculture. Suggerendo i tipi di piante da collocare a cornice delle opere che si sarebbero installate e segnalando l’importanza di ripopolare le sponde del Nera con una fauna che riportasse alla memoria i tempi vissuti dai grandi protagonisti del Grand Tour».

Alla morte di De Felice, si decise di dare realizzazione al suo progetto. «Nel Parco che porta il suo nome si trova, oggi, l’originale di quella scultura alla quale la città giapponese di Kobe ha destinato uno degli spazi di verde più importanti. Da Kobe si è cercato in tutti i modi di stringere rapporti di gemellaggio con Terni». Per Cicchini era e rimane strategico far nascere a Torreorsina un giardino Zen: «Esiste un Garden club disposto a dedicare passione e competenza in quel progetto». E siccome il Parco De Felice e la Cascata delle Marmore si guardano. «E siccome, in aggiunta, Terni è la città di San Valentino, proposi in un atto di indirizzo approvato all’unanimità nel 2020, di investire in quel museo a cielo aperto. Di curarlo. E di iniziare a celebrare lì i matrimoni civili». Quel parco, se messo in rete con le varie situazioni, potrebbe essere il principale volano di sviluppo turistico, per Cicchini. E non solo per lui. Per tutti coloro che credono che la Valnerina sia uno scrigno di valori inestimabili.





