PERUGIA – «Per la crisi energetica, ci sarà nel 2022 un extra costo sul sistema industriale italiano di circa 50 miliardi di euro, che significano 50 miliardi in meno di investimenti». Questo, in sintesi, il quadro tracciato da Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e ad del gruppo Duferco Italia holding, sugli effetti della crisi energetica in atto al centro del convegno organizzato da Federmanager Umbria.
Lo stesso Gozzi ha anche evidenziato un “calcolo” che vede l’industria manifatturiera italiana passare da una bolletta di circa 11 miliardi di euro nel 2019 ad una di 60 miliardi da pagare a fine anno. Conseguenze che si ripercuoteranno, dunque, anche sulle aziende del territorio, in ogni settore. E sulle quali l’associazione dei dirigenti umbri ha voluto riunire intorno ad un tavolo, all’Hotel Quattrotorri, i rappresentanti del mondo industriale, scientifico e politico. Un’occasione per aprire un dibattito, per fare il punto sulle azioni urgenti da intraprendere nel breve-medio periodo per affrontare gli effetti della crisi energetica, che stanno mettendo sempre più a dura prova l’equilibrio economico di famiglie e interi comparti produttivi.
«Siamo già in emergenza, ma queste conseguenze, con l’arrivo della stagione invernale, si faranno molto più preoccupanti – ha sottolineato Giuseppe Chiari, presidente Federmanager Umbria -. Tra aumenti di costi e ventilati razionamenti, la crisi energetica impone una reazione di sistema che coinvolga tutti, cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione. Per questo bisogna fare rete, nessuno potrà farcela da solo. I prossimi mesi saranno cruciali per definire un contesto politico ed economico, in grado di sostenere un cambio di modello di consumo e di tecnologie produttive all’interno delle aziende».
A prendere parte al dibattito anche il vice presidente Regione Umbria, Roberto Morroni, che ha fatto il punto sull’attuazione delle politiche energetiche della Regione; Mario Cardoni, direttore generale Federmanager nazionale; Alberto Geri, presidente di R.S.E. e docente di Ingegneria Elettrica UniRoma 1 che ha parlato dell’impatto della crisi energetica sull’Agenda della Transizione energetica nazionale. Tutti autorevoli contributi che hanno fatto così da apripista alla discussione sul tema “Crisi energetica: tra necessità strutturali e tecnologiche e nuovi modelli organizzativi e di consumo: il ruolo delle imprese, della PA e dell’Università”, coordinata dal prof. Luca Ferrucci, docente Dip. Economia Unipg.
«Nel tessuto produttivo dell’Umbria, le imprese energivore, cioè quelle per le quali il costo dell’energia è particolarmente elevato, sono poche ma in termini relativi hanno un’incidenza sul valore aggiunto dell’economia regionale maggiore di molte altre regioni – sottolinea il prof. Luca Ferrucci -. Pensiamo che AST, da sola, rappresenta il 20% dei consumi elettrici di tutta l’Umbria. Per questo, il tema dell’energia del costo dell’energia è un tema centrale per la competitività di questa regione. Ora, cosa fare? È chiaro che le politiche energetiche rientrano in un quadro regolatorio nazionale, ma ci sono due-tre cose sulle quali dobbiamo spingere. Per prima cosa, la Regione Umbria, insieme sicuramente ad altre Regioni, deve promuovere presso il Governo nazionale l’esigenza di una rivisitazione rapida delle modalità di determinazione del prezzo dell’energia». Continua: «La seconda cosa, invece, è che grazie anche a sussidi e investimenti, ci sono forse le condizioni per creare meccanismi di autoproduzione dell’energia, si parla di comunità energetiche. Credo che una buona politica nazionale, insieme alla politica regionale, debba promuovere la capacità di imprese o pool di imprese, che sono nello stesso comprensorio territoriale, di mettere a punto azioni e strategie di investimenti per produrre energia, che più o meno possa andare a soddisfare la propria esigenza. Oggi esistono delle tecnologie nel campo delle rinnovabili su scale anche relativamente ridotte che possono essere appropriate anche a imprese di taglia medio-piccola, meglio se imprese unite da una rete fra di Loro. Terza cosa: abbiamo bisogno di dipendere meno dal gas, ma per dipendere meno dal gas non dobbiamo pensare di bilanciare gli approvvigionamenti nazionali passando dalla Russia all’Algeria, stiamo comunque parlando di due Paesi dove prevalgono regimi politici dei quali possiamo fidarci fino ad un certo punto. Quindi, per il gas, non è un problema di diversificazione delle fonti geografiche, ma un problema di potenziare e rafforzare la capacità di produzione di energia da fonti rinnovabili, e su questo c’è uno spazio di crescita ancora molto importante nel campo delle biomasse, dell’eolico, dell’energia idroelettrica con modalità di utilizzo anche più efficienti di quanto non lo siano oggi. Io credo che l’Umbria possa diventare un’ottima palestra per potenziare questo tipo di investimenti, legando ovviamente soggetti pubblici e soggetti privati, imprese e famiglie».
«Oggi stiamo vivendo una situazione difficilissima che colpisce imprese di ogni dimensione e di ogni settore – rimarca Federico Malizia, vice presidente sezione territoriale di Perugia di Confindustria Umbria – In queste ultime settimane il prezzo dell’energia elettrica è aumentato del 70% e quello del gas del 120%. Fino ad oggi, le imprese umbre sono riuscite a resistere. L’impatto dei maggiori costi energetici uniti ai rincari dei vari input produttivi ha comportato una grave e brusca compressione dei margini operativi. Per questo è necessario fermare questa escalation di aumenti non più sopportabile dalle imprese che non riescono e che non possono operare con questi prezzi. In tal senso – sottolinea Malizia – ci giungono preoccupanti segnali di rallentamento delle produzioni che potranno comportare anche la chiusura di impianti industriali. E ciò avrà ricadute anche in termini di tenuta occupazionale per i dipendenti e tutele economiche per le loro famiglie. L’Italia sconta una condizione più vulnerabile rispetto ad altri paesi europei poiché nel mix energetico nazionale, il gas utilizzato è frutto di importazione per 96% di cui il 40% proveniente dalla Russia. Ora più che mai è necessario poter contare su misure concrete ed immediatamente applicabili, con un orizzonte temporale di almeno un anno, in grado di ridurre drasticamente ed in modo strutturale il costo dell’energia. Solo così gli operatori potranno contare su strumenti che possano consentire di programmare le attività».
E c’è anche l’impegno della Regione Umbria: «Occorre sostenere l’autoproduzione, rivedendo le modalità autorizzative per garantire la sostenibilità ambientale – sostiene Roberto Morroni -. Promuoveremo la formazione delle comunità energetiche, pool di imprese anche medio-piccole dello stesso territorio che possano soddisfare la propria esigenza attraverso fonti rinnovabili». Lo segue Luigi Rossetti, direttore regionale dello sviluppo economico e lavoro: «Il breve periodo è oggettivamente un momento in cui occorre muoversi su interventi emergenziali, su questo le politiche nazionali sono chiave. Tuttavia, soprattutto con riferimento ai temi di PMI, la Regione Umbria ritiene fondamentale l’apporto delle politiche dei fondi strutturali, quindi alla politica di coesione comunitaria, su cui in particolare con riferimento agli obiettivi prioritari della transizione energetica e ambientale, saranno concentrate, a partire da quest’anno, risorse significative dal punto di vista del sostegno degli investimenti in tema di produzione di energia da fonti rinnovabili e di risparmio energetico. Su questi temi, c’è una grande attenzione da parte della Regione Umbria, ritenendo il tema dell’energia un tema chiave delle politiche industriali regionali, oltre che nazionali e comunitarie. Aggiungo, che la prospettiva è quello di attuare, all’interno di questo quadro, che è fatto di regolazione e di interventi di politica industriale, anche degli strumenti finanziari adeguati, che auspicabilmente potranno superare fenomeni di razionamento del credito che potrebbero impedire o comunque ridurre la capacità di investimento delle imprese. E su questo, l’impegno della Regione Umbria è chiaro e forte».


