di Marco Brunacci
PERUGIA – Un’altra crisi estiva. I governi italiani ormai si sciolgono al sole. Quello caldo di luglio e agosto. Ma ci sono ancora tappe per capire come finirà. Di sicuro ha impressionato la determinazione con la quale il premier Draghi ha affrontato il Senato. Non il discorso di un leader che aveva a cuore di tenere insieme il maggior numero possibile di partiti, piuttosto un premier spazientito che elenca le sue priorità, si rammarica di quello che non ha potuto fare – lasciando intendere le responsabilità – e finisce per chiedere l’adesione su una riga esatta di risoluzione, il massimo della sintesi (quando si dice che la politica è ampollosa).
Forse si è compiuta in questi passaggi, molto netti, la rottura Mattarella-Draghi, suggerisce qualche retroscenista. Forse il presidente della Repubblica proverà di nuovo a convincere Draghi. Forse tenterà di formare un governo con qualcun altro pur di non andare ad elezioni (che dovrebbero essere, semmai, il 2 o il 9 ottobre).
Non è male però ricordare a questo punto quello che ha in ballo l’Umbria, che dalla caduta del Governo avrà grattacapi. Uno su tutti: un Pnrr da 1,6 miliardi, ma distribuiti ad oggi (fonte Banca d’Italia) sono stati solo 600 milioni. Ammesso che ci siano operazioni in corso, resta però quasi un miliardo da prendere.
Anche la questione infrastrutture è delicata: 4 miliardi complessivi che però, per diventare operativi, hanno necessità di decisioni operative a livello governativo. Con alcuni passaggi delicati.
C’è invece un lascito positivo, che dimostra il buon rapporto avuto da Draghi con l’Umbria: l’ultimo atto del premier è stato inserire l’Umbria – unica regione ad aggiungersi alle 4 del nord – nello stato di emergenza siccità, con 2,8 milioni.
In definitiva, però, i dossier ancora in ballo non consentono alle amministrazioni umbre di dormire sonni tranquilli. La Regione su tutte.
Se si svoltasse verso elezioni certe – ma non è ancora detto – state sicuri però che saranno le candidature al Parlamento a farla da padrone. Ci sono ancora nodi da sciogliere nei partiti e nelle coalizioni. Non stiamo a dire il nodo politico che ha di fronte il Pd, che deve decidere se correre in simbiosi con il Movimento 5 stelle di Conte, oppure andare verso una sconfitta difficile da evitare, soprattutto se nel centrodestra riescono a schierarsi uniti. Per altro, la rottura con Draghi voluta da Salvini, condivisa da Berlusconi, è un’apertura alle posizioni di Fdi. O forse anche un tentativo di porre argine al consenso dilagante del partito della Meloni, arrivato nell’ultimo sondaggio al 24%, capitalizzando il fatto di essere l’unico all’opposizione.


