Metelli, il pittore della Terni che c’era

Un grande protagonista del Novecento che restituisce, coi suoi quadri, l’incanto di un tessuto urbano che i bombardamenti non sono riusciti a cancellare

DI AURORA PROVANTINI

TERNI – C’era una volta Terni. E Metelli, con la sua pittura, riesce a restituircene l‘incanto. Anche se Orneore Metelli, va ricordato, non era nato pittore ma musicista. E tale rimase per tutta la vita. Lo dimostra il fatto che i suoi autoritratti più significativi lo vedono impaludato dentro una divisa da suonatore con i bottoni ed i fregi d’oro.

Fu una inattesa malattia, uno scompenso cardiaco, ad impedirgli di soffiare ancora dentro la bocca del trombone (fu primo trombone nell’orchestra del teatro Giuseppe Verdi di Terni e primo bombardino nella banda cittadina). Metelli era comunque nato per servire l’arte e, dal 1921, si dedicò alla pittura. «Ma fece ciò con quella semplicità che è tipica dei grandi – spiega il critico d’arte Paolo Cicchini – con quella purezza d’animo che lo portò ad essere considerato, nel 1969, uno dei primi cinque pittori primitivi di tutti i tempi, insieme, tra gli altri, a Rousseau e a Bombois. Metelli, si diceva, fu il cronista della città che c’era. E che oggi non c’è più, perché la guerra impietosa, col suo carico di bombe, ha cancellato tragicamente l’antico tessuto urbano della nostra città». «Ma i quadri del divino Orneore ci consentono di ritrovare quel mondo perduto, con i suoi monumenti, i vicoli popolati da una umanità remota, la Terni delle grandi manifestazioni musicali, con i teatri che accendevano di luce il centro cittadino». Metelli, pur se insignito a Parigi, nel 1921, dell’onore di far parte della commissione giudicatrice del designer delle calzature, continuava a sentirsi in tutto e per tutto musicista.

C’è un quadro in particolare che raffigura alcuni musicisti in una notte d’inverno, con la neve che scende lenta a cancellare le strade: i quattro musicisti si muovono come se, anziché sulla strada, posassero i loro piedi sul palco di un teatro gigantesco. Sulla superficie grigia di una casa antica, si affaccia una finestra, accesa da un brivido di luce. Si intravede, timidamente, affacciata, una figura femminile. Evanescente. «Più idea che manifestazione concreta della donna», interpreta Cicchini.
«La donna sente che la serenata è per lei e vive quel momento magico come se il tempo si fosse fermato in un abbraccio universale intorno alla sua figura». In quell’olio su tela (collezione privata) la neve scende da un cielo incupito su un paesaggio nel quale si riconoscono gli elementi essenziali della pittura di Metelli.

«Anzitutto la capacità grande che l’artista ha di disegnare lo spazio, di consegnare all’occhio dell’osservatore la profondità». Tutto, nel quadro “Serenata sotto la neve” è sostanza, peso ed estensione: «Come accadeva nelle opere dei grandi rinnovatori della pittura italiana dell’ultimo Duecento e di inizio Trecento», argomenta Cicchini.
«Le cose dipinte hanno perso quella bidimensionalità che aveva caratterizzato l’arte dei secoli precedenti. L’elemento natura, l’elemento paesaggio urbano, respirano al centro della scena. Metelli è il vero continuatore della pittura dei grandi primitivi delle origini dell’arte della nostra tradizione. Non è difficile riconoscere nei quadri di Orneore i luoghi sui quali si svolgono le scene che racconta. Infatti, i quattro musicisti si muovono su un contesto urbano che rimanda alla sensibilità di chi è ormai carico di anni: uno squarcio di città, forse individuabile nella zona non distante dall’attuale largo Liberotti».
Colpisce la capacità che Metelli ha di disegnare lo spazio, di rendere tangibile la profondità. Dicono ciò, tra l’altro, le lampade della illuminazione stradale sospese in una dimensione che rimanda alle luminarie di un altro celebre quadro di Metelli: “Festa notturna”. Le luci sembrano vincere la forza della gravità come sospese senza un supporto che le trattenga sopra la notte magica dei quattro musicisti. Una notte di cristallo. Dove l’unico brivido di luce è quello degli strumenti musicali: una carezza di poesia nel silenzio altrimenti assoluto di una dimensione metafisica, come un ritaglio di cielo individuato da Metelli sulla terra.

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