di Marco Brunacci
PERUGIA – Un giro di pop-economy? Ci aiuta il Defr dell’Umbria, il Documento di economia e finanza. C’è uno scenario di riferimento alla base di questo Documento che rassicurante lo è, almeno un po’, anche se tutti si attendono che l’economia nazionale e internazionale andrà inevitabilmente verso un periodo di recessione.
Allora: quando si dice Pnrr molti già cambiano canale. Sbagliato. Cambia la vita nell’economia reale, cambia la vita degli umbri.
Come? Ecco: sono già acquisiti fondi per 1,7 miliardi. Ma ne dovrebbero arrivare altri (anche attraverso l’Università).
Secondo lo scenario disegnato dall’Aur, questo significa che ci si deve attendere una ricaduta nell’economia umbra molto concreta: 4,2% di Pil, nei quattro anno di attuazione del Piano, dal 2023 al 2026, quindi un punto di pil in più all’anno, grosso modo, tutto da spendere per evitare, o almeno limitare la recessione, che dicono si addensi, implacabile, all’orizzonte.
Ma se i punti di Pil sembrano cose lontane, ecco la ricaduta immaginata sull’occupazione in Umbria: 15 mila nuovi assunti sono la ragionevole conseguenza degli investimenti che verranno attuati. Tanti, importanti.
Ma attenti anche al modo in cui è diviso il Pnrr per l’Umbria: il 67% va al settore delle costruzioni. Buone notizie per tutta la filiera che poi è quella classica delle opere pubbliche, dal cemento in giù fino a scendere a valle. Altre buone notizie vengono dal fatto che è un settore che ha un effetto moltiplicatore immediato sul resto dell’economia. Notizie meno buone dovute al fatto che si tratta di un tipo di occupazione tradizionale, certo non strapagata. La apprezzeranno gli umbri? Si dovrà ricorrere a forze esterne.
Un altro 20% degli investimenti andranno invece alla manifattura, che è onore e vanto dell’economia umbra, il punto forte del tessuto produttivo regionale. Dando ulteriore vitalità per crescere e moltiplicarsi.
Ma l’ultimo 12% è il più interessante: questa parte del Pnrr finirà ai professionisti e ai loro studi, ingegneri come avvocati e tutti i progettisti necessari per queste opere. Qui l’effetto moltiplicatore è evidente: studi professionali impegnati significa studi professionali pieni di occasioni e anche di persone che servono a star dietro ai nuovi impegni.
Va anche da sé che questa è una categoria che potrebbe incidere più di altre su un aumento dei consumi, con altre ricadute positive sull’economia umbra.
Va aggiunto a questo quadro, quel che può fare l’aeroporto dell’Umbria. Per Umbria7 resta uno dei volano cardine della crescita regionale. Ora lo studio eseguito da Ryanair dice che si può quantificare l’effetto dei passeggeri dell’aeroporto non solo sul pil, ma anche sull’occupazione. I numeri: 300 occupati per 300mila passeggeri, ma se il piano industriale dell’aeroporto va a dama, in due anni, si arriva a quota 500 occupati in più, l’equivalente di una fabbrica medio-grande. Qualcuno può ancora fare dei distinguo o arricciare il naso (o non pagare le quote)?
I problemi? La velocità di realizzazione del Pnrr, prima di tutto, come ovvio e dappertutto. Ma qui anche il fatto che la Regione, che dovrà di sicuro fare da chioccia a tutti con le sue strutture, deve “mettere a terra” i 250 milioni suoi, il resto è in gran parte nella disponibilità di tanti Comuni, quelli grandi (come Perugia, che ne deve gestire più della Regione) ma anche meno grandi. Le incertezze ci sono, ma non sono ammessi errori, come sanno bene anche al Governo nazionale.


