di Francesco Bircolotti
PERUGIA – Non avrebbe mai potuto immaginare che quelle sue parole sarebbero state tristemente profetiche: «Questa partita riveste un’importanza forse irripetibile per la storia del calcio biancorosso». Guglielmo Mazzetti, che a Perugia conoscono tutti sia per essere il figlio del “sor Guido” che allenò proficuamente i Grifoni sia per le vesti di appassionato cronista delle gesta calcistiche perugine, all’inizio della telecronaca ripresa per l’indimenticabile “Tele AIA” di un imperdibile Perugia-Juventus utilizzò proprio quelle parole. Senza sapere che al settimo della ripresa si sarebbero trasformate da enfasi per una partita di cartello a presagio involontario di una tragedia.
Quella di Renato Curi che giusto oggi, 45 anni fa, con la maglia biancorossa addosso moriva correndo dietro ad un pallone davanti a 40.000 persone mentre cercava di onorare un lavoro certo privilegiato (a dir la verità più oggi che allora) ma soprattutto la città che lo aveva accolto come uno dei figli migliori. Per le sue qualità umane e calcistiche che l’incedere impietoso del tempo non riesce a scalfire e che vanno al di là dei gradoni di quello stadio che porta il suo nome. E dal quale non se ne è mai andato, al di là delle spoglie terrene. Da quella corsa in barella verso gli spogliatoi tra la disperazione dei soccorritori mentre il cuore si abbandonava agli ultimi spasmi alla riapertura odierna della Curva Nord ristrutturata (segni del destino?) dove ogni tifoso lo ricorda di partita in partita c’è una linea del tempo che non si è mai interrotta. Perché a Perugia Renato Curi è diventato leggenda, anche in chi del calcio se ne infischia mentre invece la figlia di Renato, Sabrina, ha scelto di vivere qui e la moglie Clelia sente più sua questa terra di quanto non sia Pescara dove abita. Perché quel pomeriggio del 30 ottobre 1977, mentre continuava a diluviare (un altro destino di quando i Grifoni incontrano le zebre), nella piazza di Monteluce c’era tutta la città ad attendere che qualcuno dal portone del Policlinico assediato uscisse a dire che non era vero che Renato fosse morto. Invece era già successo e da quel giorno, il primo in cui un calciatore passò a miglior vita su un campo di calcio almeno in Italia, tutto cambiò. Lasciando un segno indelebile ma anche un ricordo perenne, indistruttibile. Ecco perché oggi non è un giorno qualunque, al di là che il Perugia gioca una partita. Ecco perché è impossibile oggi non riproporre foto, video, ricordi, aneddoti nelle case di ognuno o su quelle virtuali dei social. Immagini da ripercorrere e da rivedere, anno dopo anno, con il dovere di tramandarle e trasmetterle ai propri figli, che magari non capiscono e si chiedono perché mentre vedono ancora commuoversi mamma o papà, nonno o zia, mentre riguardano quei frammenti di un maledetto cinquantaduesimo minuto di 45 anni fa.
Tra i tanti omaggi, il post dell’assessore comunale di Perugia Leonardo Varasano, da cui proviene l’immagine di apertura


