di Angelo Drusiani
TERNI – “La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba;
e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dì di festa, il petto e il crine.”
Il mito della mia gioventù, il Poeta che indirettamente mi “assistette” all’interrogazione dell’esame di italiano alla maturità. Che non ho dimenticato, ma che, in questa fase della vita, rincorro non tantissime volte. A sviarmi l’interesse per la musica belliniana, dapprima, e per le rappresentazioni operistiche, in generale. Le cui emozioni, tante volte vissute, sono tra le ragioni di vita che mi caratterizzano.
Beh, tutto ciò c’entra assai poco con l’avvio poetico. Perché, in effetti, quest’ultimo ben calza con questo sabato. Domani non è solo un dì di festa. Ma la festa, per eccellenza. Anche se le strofe sotto riportate inducono a ben altri pensieri.
“Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.”
Ma diman non sarà come Giacomo Leopardi ipotizza ne “Il sabato del villaggio”, perché egli fa riferimento ad un sabato dei tanti che costellano il calendario. Mentre domani sarà l’ennesima ricorrenza della nascita del Salvatore, come la Religione Cattolica, ma non solo, tramandano da tanti secoli.
Quest’anno lontano fisicamente dalla guerra nell’oriente del vecchio Continente, ma con la preoccupazione che il desiderio che finisca è più nostra che dei due contendenti.
Chi ci ha preceduto nei secoli e negli anni recenti, l’ultimo conflitto europeo è terminato poco meno di ottant’anni fa, ha vissuto direttamente guerre aspre, portatrici di immensi e duraturi lutti. Situazioni, queste ultime, che ora vivono al confine tra Russia e Ucraina.
“Diman tristezza e noia recheran l’ore”, scrive il Poeta. No, sarà una domenica diversa, un Natale come altri che lo hanno preceduto e che lo seguiranno, “pien di speme e di gioia” attribuito da Leopardi al sabato.
Tra i “desiderata” natalizi, al di là dei classici regali fra amici o parenti, la lista potrebbe essere davvero affollata. Tra i tanti regali, ve n’è uno particolare, davvero particolare. Che riguarda un numero non rilevante, ma neppure modesto di persone: i risparmiatori. Le recenti vicende sono caratterizzate non solo e non tanto dalla guerra in corso in Europa orientale, ma soprattutto dall’esplosione dei prezzi delle materie prime, il cui silenzioso boato è deflagrato potentemente. Con danni importanti sia per chi investe nel comparto azionario, sia per chi, da ex BOT people, investe in BTP, le emissioni con scadenza a medio e lungo termine collocate da Banca d’Italia per conto del Dipartimento del Tesoro. Danni, peraltro, che in molti casi sono solo teorici, perché le minusvalenze divengono tali solo se si decide di vendere, in questa fase, a mercato, le azioni o le obbligazioni a suo tempo acquistate. Chi può aspettare pazientemente, forse, nel corso dei prossimi anni, quando l’inflazione tornerà al suo naturale livello, 2% annuo, e quando la pace siglerà la fine dei citati combattimenti, potrà cedere gli investimenti effettuati, senza patire le perdite in conto capitale che gli attuali valori di scambio gli procurerebbero.
Certo. È strano che a Natale si pensi ai mercati finanziari: si potrebbe ipotizzare che chi lo fa sia una persona arida. Non lo è, perché il suo pensiero non va a sé direttamente, ma in generale all’uomo. All’uomo che ama investire, perché “pecunia non olet” e, come tante altre scelte dell’uomo stesso, l’investimento rappresenta solo e semplicemente il desiderio di arricchirsi. Non c’è nulla di male, non è un peccato la ricerca di migliori condizioni di vita. Generalmente lo si fa, a proprio rischio. Per questo nascono le preoccupazioni, i timori, se e quando le prospettive, in tempi ravvicinati, assumono un tono di segno negativo.
Sono passato dal Natale alla Borsa! Si può?



