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Guerra, guerra no!

L’analisi di Angelo Drusiani

foto dal sito del museo nazionale Reina Sofia di Madrid
di Angelo Drusiani

«Guerra, guerra. Le galliche selve / Quante han querce producon guerrier». Da Norma, l’Opera belliniana ambientata nella Gallia occupata dai Romani.
Un salto nel tempo, per arrivare all’oggi: «Guerra sì, guerra sì». Avrebbe dovuto essere, nella seconda parte del virgolettato, guerra no. Ma, se ci si riferisce a quanto sta accadendo nell’estremo oriente europeo, si coglie una sensazione di segno contrario. Perché poche voci, e abbastanza silenziose, si levano affinché questa vicenda abbia termine.

In effetti, non si percepisce il desiderio che la vicenda abbia un termine, ma ci si orienta, forse, verso un suo inasprimento. In sostanza, anche se non ne siamo direttamente coinvolti fisicamente, dovremo probabilmente convivere non sul filo del rasoio, perché non pochi chilometri ci separano dallo scenario belligerante, ma in un limbo di apprensione che a molte persone potrebbe creare non pochi problemi, originati dal timore di una possibile catastrofe.
Accanto ad inevitabili ripercussioni di carattere economico, perché, al di là della levata di scudi del tasso d’inflazione, in calo sì, ma lontano dall’avvicinarsi alla meta del due per cento, le tensioni tra Occidente e Oriente del globo, più volte ricordate in passato, potrebbero produrre un rallentamento dell’attività economica e della crescita della ricchezza globale.
Ricchezza che, secondo molte correnti di pensiero, sarebbe foriera più di problemi che di felicità. E qui si potrebbe aprire un dibattito non di secondo piano.
Testi di Canzoni, di Opere, di Poesie, tutte tre in maiuscolo, perché, in ogni caso, rappresentano tra le espressioni più amate del genere umano, fanno riferimento non costante, ma frequentissimo, alla felicità . Anche se, in realtà, forse anche una parte di animali cantano e, in questo senso, dovrebbero avere punti in comune con noi.
Ebbene, la questione che mi pongo: è davvero necessario essere felici? E, soprattutto, è forse la felicità meno effimera di altre vicende e sentimenti che caratterizzano la nostra esistenza? Spesso, forse, la felicità stessa caratterizza una parte non rilevante della vita. Sia perché, spesso, è un sentimento che varia da persona a persona, sia perché il confine tra felicità e contentezza non sempre è chiarissimo. Si capirà dal mio incedere che a me basta essere contento, anche se non penso quasi mai a quale possa essere il mio stato d’animo. Soggetto, come penso sia per molte altre persone, a cambiamenti originati da eventi, da situazioni che si vivono, da sconfitte, da successi.
Sto per scivolare nel vecchio detto “Chi si accontenta, gode”, ma non deve essere un viatico per affrontare l’esistenza. Perché essa offre innumerevoli possibilità di crescita, che per essere realizzate, e divenire realtà, pretendono impegno, spesso sacrifici, dedizione non sempre totale, ma quasi. Prospettive di vita stessa che non tutti amano, ma che tanti perseguono come ragione di vita.
Ieri, per tornare con i piedi a terra, Eni ha chiuso in anticipo il collocamento delle obbligazioni con durata quinquennale. La domanda da parte degli investitori è stata corposa e, già dai prossimi giorni, alla Borsa milanese verrà rilevato quotidianamente il valore di scambio. Un’opportunità imprescindibile per qualsiasi strumento finanziario, sia azionario, sia obbligazionario.
E, guarda caso, si ripresenta il caso appena lasciato, la felicità. Sì, perché gli investimenti effettuati sia in titoli azionari, sia in titoli obbligazionari possono essere portatori di felicità. Naturalmente, se nel momento in cui si decide di cedere a mercato gli strumenti finanziari stessi, a suo tempo acquistati, matura una plusvalenza.
“Felicità / È tenersi per mano / Andare lontano la felicità…”. Al Bano e Romina Power pensavano ad altre situazioni di vita, per trovare la felicità, ma c’è anche quella appena citata. E che riguarda non solo Piazza Affari, ma tante altre Piazze, da New York, a Parigi, a Francoforte…

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