di Pino Giordano
PERUGIA – La percezione di un “universalismo diseguale”, come definisce la condizione del Servizio Sanitario Nazionale Regionalizzato il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (C.R.E.A. Sanità), nell’11° Rapporto del 2015, è non solo diffusa ma anche ben percepita.
Uno degli effetti più evidenti di questa disuguaglianza è rappresentato da quelli che vengono chiamati “ i viaggi della speranza”, l’andare a curarsi in un’altra regione. In termini tecnici si traduce con la parola “mobilità”, che per le regioni è attiva se si attraggono pazienti e quindi anche risorse (Indice di attrazione, voce a credito per prestazioni effettuate per cittadini di altre regioni), ed è passiva se invece i pazienti escono dai propri confini e vanno a curarsi in altre regioni (indice di fuga, voce ovviamente a debito per il bilancio regionale). Ma anche condizioni di notevoli disagi e costi per le famiglie.
MOBILITÀ ATTIVA E PASSIVA
Non deve meravigliare, anche per quello che abbiamo scritto nei giorni scorsi (risorse, garanzia LEA e performance) se tra le regioni con la maggiore mobilità attiva (quella col segno più) ci sono quasi esclusivamente regioni del Contro-Nord (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna Toscana e per qualche anno anche il Lazio) e se tra le regioni con la maggiore mobilità passiva (quella col segno meno) ci sono regioni del Centro-Sud, prevalentemente Campania, Calabria, Sicilia e, ultimamente anche l’Umbria. Emilia Romagna e Lombardia le due regioni con il miglior saldo positivo, Calabria e Campagna le due regioni con il peggio saldo negativo.
Analizzando i dati del periodo 2017-2021 l’Umbria dal 2020 si inverte la tendenza che fino al 2019 era stata di mobilità attiva con saldo positivo: 2017 saldo +9,52 milioni, 2021 saldo negativo di -9,85 milioni (anno migliore 2014 con oltre 20 milioni di euro). Nel 2018 il primo saldo negativo è di oltre un milione di euro, nel 2019 diventa 3,3 milioni, nel 2021 è di quasi 10 milioni, prevalentemente (circa il 70 per cento) per prestazioni di ricovero per patologie di ortopedia, incluse protesi per anca e ginocchio (27 per cento), di chirurgia cardiovascolare (11 per cento), di chirurgia oncologica (10 per cento), di chirurgia pediatrica (7 per cento) di riabilitazione e di lunga degenza (7 per cento). Tra le regioni di confine con l’Umbria nel 2021 –come rileva l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) – Lazio e Toscana presentano un saldo positivo (Toscana +38,12 milioni, Lazio +34,25 milioni), mentre Marche e Umbria presentano un saldo negativo (Marche -21,6 milioni, Umbria -9,85). ( Vedi Fig. 1)
Il fenomeno mobilità interregionale comunque merita approfondimenti specifici ed è interessante valutare i dati anche della mobilità intraregionale.
Una perdita costante e progressiva in questi ultimi anni di competitività e di attrattività del servizio sanitario regionale che riconosce cause diverse e molteplici, tra le quali sicuramente un ruolo importante è da attribuire alla riduzione di risorse. Ma condizioni territoriali di alcune carenze organizzative sicuramente hanno contribuito a rendere il fenomeno più evidente e marcato. La programmazione sanitaria un qualche ruolo, sicuramente, l’avrà avuto e tuttora, forse, ce l’ha. E’ la stessa Regione che lo rileva nel documento programmatico per gli investimenti in edilizia e tecnologie sanitarie: “Il servizio sanitario umbro ha da sempre dovuto affrontare il problema della “ridondanza” della rete ospedaliera. Troppi ospedali, anche di poche dimensioni, indifferenziati con specializzazioni non sempre coerenti con i bisogni di salute della popolazione”.
Al di là di una possibile ipotesi di una programmazione non appropriata sulla componente specialistica, la diffusa rete di ospedali nel territorio ha contribuito sicuramente a garantire una quota importante di assistenza, essendo il più delle volte gli unici presidi sanitari presenti (h 24 e per 365 giorni), insieme ai medici di famiglia, essendosi la medicina del territorio impoverita sempre di più, come peraltro ha dimostrato la recente pandemia.
L’Umbria come l’Italia?
Ma c’è un altro aspetto da segnalare e sottolineare che può spiegare la ridotta competitività, attrattività e specializzazione del servizio sanitario regionale umbro, e riguarda alcune norme che regolano, in Umbria e solo in qualche altra regione d’Italia, in difformità alla normativa nazionale, i rapporti di lavoro della Dirigenza medica e sanitaria, ospedaliera ed universitaria. In Umbria (e forse solo in Toscana; nell’Emilia c’è una normativa di preferenzialità, la Puglia, tra le ultime, è tornata indietro adeguandosi alla normativa nazionale), infatti, i primari e/o i responsabili di struttura semplice hanno l’obbligo dell’esclusività di rapporto, non possono cioè svolgere attività professionale fuori. Una norma inserita nel 1999 nel D. Lgs. 229 dall’allora Ministro Bindi: art. 15 quinquies “Gli incarichi di direzione di struttura, semplice o complessa, implicano il rapporto di lavoro esclusivo”. La norma è stata modificata successivamente nel 2004 dal Ministro Sirchia prevedendo non solo la reversibilità del rapporto esclusivo ma, soprattutto, il non obbligo dell’esclusività per i primari: L. 138/2004, art. 2 septies: “La non esclusività del rapporto di lavoro non preclude la direzione di strutture semplici e complesse”.
L’Umbria in controtendenza un anno dopo (L.R. 15/2005) con una propria legge riconfermò l’obbligo dell’esclusività per i primari e i responsabili di strutture semplici ospedalieri ed universitari.
Nulla questio. E’ stata una scelta politica, più o meno condivisibile, ma coerente con un pensiero di sinistra e sicuramente ne sono state accettate le possibili conseguenze di una minore attrattività rispetto al proprio personale. Continua ad essere, anche per questa maggioranza, una scelta politica prioritaria tale da non potere e/o non volere adeguare la norma umbra a quella nazionale? Perché, è più che ovvio, che potendo scegliere di andare a fare il primario, chi può sceglie la regione con meno vincoli e che garantisce più opportunità professionali. L’Umbria che peraltro è regione piccola, è circondata da regioni più grandi, Lazio e Marche, che non hanno questo vincolo e quindi hanno una maggiore capacità di competere nella selezione delle proprie professionalità.
Cambiare la legge regionale ed adeguarla alla normativa nazionale permetterebbe, peraltro, all’Umbria, molto probabilmente, di garantire al proprio servizio sanitario condizioni di maggiore attrattività e competitività. A costo zero. E con la prospettiva di recuperare una quota importante della mobilità passiva e di ritornare ad attrarre quote di mobilità attiva. Recuperare una quota di risorse aggiuntive inciderebbe positivamente sul PIL dell’Umbria e si avrebbero più risorse da investire in nuove tecnologie (le attuali tecnologie sono spesso obsolete e superate), e riportare cosi il servizio sanitario dell’Umbria ai livelli di qualità che lo hanno caratterizzato nei decenni passati.



