di Pino Giordano
PERUGIA – Anche se leggermente in calo (fa eccezione il 2020 per motivi COVID-19), la partita della mobilità sanitaria (spostarsi da una regione all’altra per curarsi) solo nel 2021 sfiora i due miliardi e mezzo. Con alcune regioni, in mobilità attiva attraendo pazienti, che incassano ed altre, in mobilità passiva con fuga dei propri cittadini verso altri lidi sanitari, che sborsano. Si calcola che negli ultimi 10 anni-come rileva Quotidiano Sanità- le regioni del Sud hanno versato alle regioni del Nord circa 14 miliardi, prevalentemente a Lombardia ed Emilia Romagna.
Tra le regioni in mobilità attiva, quelle cioè che richiamano pazienti da altre regioni (indice di attrazione), e che quindi incrementano conseguentemente con risorse aggiuntive il proprio fondo sanitario regionale la maggior parte sono del Centro-Nord. Le regioni che invece esportano pazienti, con mobilità passiva (indice di fuga), e conseguentemente perdono anche risorse, sono prevalentemente del Centro-Sud. (Tabella I).
Il tutto dopo un ventennio di regionalismo (2001 modifica del titolo V della Costituzione)) che ha determinato una condizione di 21 servizi sanitari regionali, in parte tra loro in competizione, con riparto dei fondi che in parte è andata a finanziare la spesa storica, incrementando, anche per meriti gestionali, condizioni di servizi sanitari di maggiore qualità e più performanti nelle regioni che partivano in vantaggio, e depotenziando in risorse e professionalità le regioni che, anche per propri demeriti gestionali, partivano ed hanno mantenuto condizioni meno efficienti.
Si è venuta così a determinare e ad accrescere una condizione di base che era già di disuguaglianza sempre maggiore, tanto da far parlare di “fallimento del Federalismo sanitario” (rapporto Osservasalute 2017) e di far valutare l’Italia, sulla base d circa cento indicatori di valutazione delle condizioni di salute e di assistenza sanitaria, “il paese più disuguale del mondo” (Walter Ricciardi, 2019).
Il fatto che proprio in questi mesi si voglia spingere sull’acceleratore per velocizzare ed incrementare il processo di una regionalizzazione più spinta, dovrebbe , forse, far riflettere, almeno sui tempi e sulle priorità.
L’UMBRIA: Mobilità Interregionale
L’Umbria presenta un andamento discontinuo con una prevalenza di saldo positivo ( più avere, mobilita attiva, meno dare, mobilità passiva) fino al 2019 ed un saldo che si negativizza, con quote crescenti dal 2020: – 4,4 milioni nel 2020, – 9,85 milioni nel 2021, come evidenziano i dati contenuti nel libro Bianco della Sanità Umbria fino al 2019 ed i dati Agenas per gli anni 2020-2021.(Fig. 1).
Anche di questo si è parlato, proprio in questi giorni, in terza Commissione del Consiglio Regionale Presieduta dal Consigliere Eleonora Pace, nel corso di una audizione a cui hanno partecipato la Presidente Donatella Tesei, l’Assessore Luca Coletto ed il Direttore Massimo D’Angelo. Audizione sollecitata dai consiglieri di minoranza per approfondire la “situazione della Sanità nella Regione Umbria”.
La Figura 2 (con dati riferiti al 2019) fa vedere plasticamente le quote di mobilità attiva e passiva dell’Umbria relativamente alla varie regioni. Le quote prevalenti di mobilità attiva (pazienti che vengono a curarsi in Umbria) è nei confronti del Lazio (circa il 50%), essenzialmente alto Lazio (Viterbo su Orvieto, e Rieti su Terni); poi dalle Marche (in parte area Fabriano ed in parte area Montefeltro) e dalla Toscana (prevalentemente Arezzo-Siena). I presidi che presentano un indice di attrazione più consistente (dati riferiti al 2019 e contenuti in un documento della Direzione regionale Salute e Welfare dell’Umbria) sono, infatti, quelli di confine che evidentemente coprono con servizi apprezzati territori ai limiti della propria area geografica: Orvieto con indice di attrazione di 46,10 (area Viterbo), Gubbio-Gualdo con un indice di attrazione di 38,09 (area appennino umbro-marchigiana), Terni con un indice di attrazione di 20,62 (area Rieti), Città di Castello con indice di attrazione di 15,08 (area Arezzo, bassa Romagna)
Mentre le quote prevalenti di mobilità passiva (pazienti umbri che vanno a curarsi fuori regione) sono invece a favore della Toscana (quasi un terzo), del Lazio (21%), dell’Emilia (12%) e della Lombardia (11%).
Sono prevalentemente prestazioni di ricovero (circa il 70 per cento) per patologie di ortopedia, incluse protesi per anca e ginocchio (27 per cento), di chirurgia cardiovascolare (11 per cento), di chirurgia oncologica (10 per cento), di chirurgia pediatrica (7 per cento) di riabilitazione e di lunga degenza (7 per cento).
L’UMBRIA: Mobilità Intraregionale
Interessanti i dati relativi alla mobilità intraregionale con spostamenti da un territorio di un’ASL ad un’altra, o verso Azienda ospedaliera (visto che in Umbria gli ospedale di Perugia e di Terni sono organizzati in aziende autonome). “Per ciò che riguarda il trend della mobilità ospedaliera intraregionale 2015-2019 – si legge in un documento programmatico per gli investimenti in edilizia e tecnologie sanitarie della Direzione Salute e Welfare della Regione Umbria- si osserva un decremento delle due USL della regione, rispettivamente dell’8 e del 4 per cento, mentre per le due aziende ospedaliere si rileva un incremento fino al 2017. Successivamente i valori diminuiscono riportando l’azienda ospedaliera di Perugia al valore inziale del 2015 mentre per quella di Terni si mantiene un decremento rispetto al 2015, pari a circa il 2 per cento”.
I dati al 2019 evidenziano una mobilità attiva, in termini di fatturato, di circa 128 milioni per l’Azienda Ospedaliera di Perugia e di più di 75 milioni per l’Azienda Ospedaliera di Terni, mentre le due aziende USL presentano una mobilità attiva rispettivamente di 68 milioni la USL Umbria 1 e di poco più di 92 milioni la USL Umbria 2.
C’è insomma di che riflettere e di che lavorare. Investendo sul personale, sulle strutture e sulle tecnologie. In più, in questi anni, ci saranno, anche, parte delle risorse del PNRR.





