DI MARCO BRUNACCI
TERNI – Fact checking sul principale dossier industriale di Terni di tutta l’Umbria (oltre che nazionale): l’Ast.
Serve per mettere in chiaro alcuni punti, dopo che, nell’incontro con Tesei in Regione, sono stati confermati i mal di pancia della Fiom Cgil e del sindaco di Terni, Bandecchi. E’ ragionevole pensare che Bandecchi continui questa sua guerra di parole a salve, solo perchè gli Arvedi non se lo filano. Non molto diversa la situazione della Fiom, abituata a essere al centro dell’attenzione della proprietà per decenni nelle Acciaierie e adesso ridotta al suo ruolo di sindacato tra i sindacati.
Ecco allora un po’ di cose acquisite, così come stanno. Pronti a criticare quando ci sarà da farlo.
- L’Ast impiega a Terni 2500 persone e in mille lavorano nell’indotto. E’ di gran lunga la più importante realtà industriale umbra.
- Arvedi ha acquisito l’impianto che stava galleggiando, sommando perdite, con i vertici della multinazionale Thyssen che non vedevano l’ora di liberarsene.
- Il Gruppo Arvedi è stata la soluzione italiana, industriale, di prospettiva, con un piano strategico. L’alternativa (nonostante le amenità che si sono scritte e lette per mesi) era rappresentata solo dai coreani, che erano interessati ai brevetti più che al sito industriale. E comunque la linea con Seul sarebbe stata spesso occupata.
- Gli Arvedi, meritano rispetto per aver accettato questa sfida e per aver proposto un piano di risanamento e rilancio che li impegna per 700 milioni, forse anche di più. Al pubblico (che sia lo Stato italiano, che sia la Ue) si chiede un’integrazione di 300 milioni, per arrivare alla decarbonizzazione della produzione.
- Buttarla sul fatto che una acciaieria sia inquinante (ma davvero?) e che c’è un problema legato alle scorie, fa capire come ci sia gente che non ha interesse a dare un futuro ad Ast a Terni, nel momento in cui, per altro, nè l’Arpa nè la Asl – che sono preposte ai controlli e rispondono per legge a errori o omissioni – segnalano problematiche particolari.
- L’inquinamento e le scorie sono problemi ereditati – ereditati – dagli Arvedi, per abbattere il primo e risolvere il secondo c’è un progetto che deve partire se la Commissione europea si sbriga a prendere in esame il dossier e smette di misurare la lunghezza delle zucchine, soppesare i millimicron delle percentuali dell’uso dell’idrogeno nella decarbonizzazione e le ore, i giorni e i mesi che ci vorranno per ridurre a zero le emissioni. Sapendo comunque che a Terni sta per nascere – se tutti ci danno un taglio al mettere i loro piccoli o grandi bastoni tra le ruote – un impianto modello. Green, come piace tanto oggi.
- Arvedi ha fatto delle scelte per il Tubificio, ritenendo che il privato che operava in quel contesto non fosse da confermare. Scelta industriale. Giusta o sbagliata? Decide il mercato, faranno testo i bilanci.
- Per chi (la Fiom) brama sapere cosa ci sia di preciso dentro l’Accordo di programma la risposta è semplice: le cose che si sanno e sono state scritte (risanamento, efficientamento, sviluppo dei livelli occupazionali, rafforzamento delle infrastrutture), quelle che possono stare dentro un Accordo così generale. La garanzia che dà Arvedi, in primis ai lavoratori? L’ultimo bilancio: 2 miliardi e 47 milioni di fatturato con 53 milioni di utili. L’utile non è enorme? Ma è una rivoluzione rispetto ai bilanci in perdita del recente e recentissimo passato.
- Conclusione: il “nodo” sono soltanto i soldi. Il resto, in questa fase? Vuote chiacchiere.
La sola preoccupazione che le persone di buona volontà e che hanno a cuore il futuro industriale di Terni e dell’Umbria (e in parte d’Italia, essendo l’acciaio industria strategica come poche altre) è che arrivino i finanziamenti previsti nei tempi più rapidi possibili.
Nelle ultime ore, per via delle continue interlocuzioni tra Governo italiano e Commissione europea (per quel che può, perfino la Regione) si sta facendo strada un “moderato ottimismo”, secondo l’espressione che si usa in queste occasioni.
Incrociare le dita e riservare le polemiche ad altro.


