di ELENA CECCONELLI
TERNI – La storia della piccola Indi, la bimba inglese nata a febbraio 2023 con la sindrome da deperimento mitocondriale, ha riacceso i riflettori sul tema del fine vita. È stato “giusto” staccare i macchinari che la tenevano in vita? Perché l’ultima parola è spettata ai medici? Ne abbiamo parlato con il dottor Santino Rizzo. «Noi medici siamo tenuti ad attenere alle normative in vigore, ma c’è, purtroppo, ancora un vuoto legislativo che non stabilisce come muoversi nel momento in cui il paziente non è in grado di decidere se continuare a lottare per la sopravvivenza o “staccare la spina”».
La vicenda della bimba aveva già messo a confronto opinioni molto divergenti tra loro. Ad esempio i medici inglesi avevano già deciso di sospendere i trattamenti di sostegno vitale mentre l’Italia aveva concesso la cittadinanza italiana provare a curare la piccola all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Posizioni diverse anche a seconda dei Paesi.
« Dal punto di vista strettamente clinico, ci sono dei casi in cui si deve intervenire- spiega Santino Rizzo – dove il malato deve essere assistito con le terapie farmacologiche o chirurgiche. Ci sono patologie che possono insorgere e che hanno un’evoluzione progressiva, la cui sopravvivenza è legata ai farmaci o alle strumentazioni presenti nel presidio ospedaliero. Quando si tratta di minori, sono i genitori ad intervenire sulla questione ma poi si devono rispettare le leggi. Spesso si vengono a creare problematiche legislative, perché in primis il paziente deve essere libero di scegliere, senza doversi recare all’estero o nei paesi in cui è garantita l’eutanasia, nei casi in cui il paziente non può decidere, ci sono dei vuoti legislativi da colmare e regolarizzare».
«Io personalmente ritengo che la medicina ha avuto uno sviluppo importante sia dal punto di vista farmacologico – prosegue Santino Rizzo – sia con le altre tecnologie come la radioterapia e la chemioterapia per quanto concerne il trattamento di patologie neoplastiche. In ogni caso bisogna informare il paziente di tutte le possibilità che ci sono a seguito di un certo trattamento. Se una persona fa un intervento aggressivo deve tener conto di quello che viene dopo, va informato il paziente in modo tale che questo può capire ciò che realmente deve essere fatto, lasciando l’autonomia al paziente».


