Terni nell’Ottocento, una eccellenza in ambito olivicolo oggi

Diego Diomedi e il viaggio tra le inchieste sulla questione agraria

di Diego Diomedi

Prosegue il viaggio di Umbria7 nei 7 VIZI GASTRONOMICI, un tour nel mondo del gusto attraverso i sette vizi capitali. Si pensi a un pranzo o ad una cena, possibilmente tra amici, conoscenti o addirittura parenti. I 7 vizi, sotto forma gastronomica, usciranno tutti. Dalla gola all’invidia, dall’accidia all’avidità. Basta un banchetto per poter rappresentare i peccati capitali. Ma perderli è proprio un peccato…

Diverse sono le inchieste tra metà e fine ‘800 sulla questione agraria, molte altre riguardano anche i primi anni del ‘900.
Tra le più famose, l’inchiesta agraria Jacini. Situazione nota l’arretratezza agricola e imprenditoriale agricola nell’Ottocento dell’Italia. La produzione ed i consumi, nettamente più bassi rispetto alle altre nazioni competitor e con le quali normalmente l’Italia viene paragonata. Inoltre, l’arretratezza si proietta anche su quello che è il mondo dei macchinari utilizzati, innovazione tecnica, chimica e via dicendo.
Dopo aver offerto un doveroso quadro del panorama imprenditoriale agrario del periodo in questione, raccontiamo però un aspetto positivo.
Infatti, in una regione come l’Umbria che non fa dell’innovazione il suo cavallo di battaglia, nel XIX secolo si assiste ad un avanzamento importante del settore primario meccanizzato in ambito olivicolo. È possibile attraverso alcuni scritti notare come a metà ‘800 si assiste ad una attenzione qualitativa che coinvolge la cura per la non fermentazione delle olive e la divisone delle olive in base alla qualità.
Bene aggiungere l’attenzione ai torchi, negli attrezzi per l’estrazione e la purificazione dell’olio.
In quel periodo, l’Umbria esportava fuori regione circa 60.000 ettolitri d’olio.
A Terni, di notevole importanza il comizio agrario del 1855 dove si discute e si mette per iscritto l’avanzamento tecnologico del settore olivicolo del territorio.

Un esempio di qualità lo riporta Manuel Vaquero Pineiro nel secondo volume Ars Olearia a cura di Alessandro Carassale e Claudio Littardi, promosso dal CeSa:
“Il mulino del signore Lamberto Colonna di Amelia misurava 22 metri di lunghezza e 8 di larghezza, era lastricato e imbiancato. Era luminoso e ben ventilato. Aveva in dotazione una grande macina in granito di Brescia con ingranaggi, colonne e castelli di ghisa e legno. In una stanza a parte era dislocata la macchina a vapore della forza di sei cavalli. L’impianto era dotato di altri ambienti e produceva all’anno 2.600 ettolitri di olio, metà del proprietario e il resto dei coloni e altri macinanti occasionali”.
Sul finire del XIX secolo inizia a formarsi l’impronta del mondo degli oleifici che oggi dominano il mercato umbro.
“Sempre dal testo sopra citato, osserviamo questo dato:
Nel 1911 le persone occupate nei frantoi ammontavano a 32.145 unità delle quali 22.831 operai23. Le donne erano 406. Oltre agli operai, nel censimento del 1911 compaiono 7.232 tra padroni, capi e direttori, questi ultimi pari a 142. La media nazionale era di 3,5 operai per impianto. In termini assoluti le regioni con il maggior numero di impianti erano Puglia (1.238), Abruzzo/Molise (833), Calabria (822), Campania (731) e Umbria (516).”

Diego Diomedi vive a San Gemini, in Umbria. Storico dell’alimentazione e della gastronomia, collabora con “Umbria 7”, “Guide di Repubblica” e “Gambero rosso”. Ha preso parte come moderatore e come relatore a numerosi convegni e tenuto lezioni su tematiche enogastronomiche nelle scuole, all’Università e centri di formazione. Alunno di Massimo Montanari all’Università di Bologna, i suoi principali campi di ricerca sono la storia e l’antropologia alimentare. Collabora inoltre con diverse testate d’informazione. Per Edizioni Thyrus ha curato il libro “Conversazioni dantesche”.

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