Parafrasando la canzone di Ninì Tirabusciò riferita alla sua Napoli dei primi anni del 900, noi ternani daremo l’addio al nostro bel Teatro lirico che fu e che in tutto il mondo, tranne che a Terni, si sarebbe tranquillamente ricostruito com’era e dov’era. Già, troppo bello per Terni! Meglio ricostruire un’ anonima struttura da periferia, ma moderna!
Continuiamo così, distruggiamo tutto quello che di bello c’era nella nostra storia, “damnatio memoriae docet!”.
Perché accade questo? perché i nostri dirigenti comunali, di qualsiasi colore politico, noti per la loro eccezionale cultura, sempre e da decenni proni ai voleri di Perugia, hanno richiesto un vincolo alla Soprintendenza dell’Umbria, con sede a Perugia, apposto nel 2015 sull’intera struttura del cinema-teatro attuale impedendo quindi de facto la ricostruzione del teatro originale.
Il Comune ha indetto successivamente un concorso internazionale e dal progetto vincitore è scaturita una struttura ibrida che non rispetta assolutamente il vincolo. Allora il vincolo è servito soltanto per impedire la ricostruzione del nostro Teatro storico?
Tutto ciò in dispregio di Terni e dei Ternani?
Non lo so, ma lo sospetto, infatti la Soprintendenza ha addirittura permesso di effettuare un enorme scavo profondo 7 metri sotto il piano del teatro in piena zona a vincolo archeologico. Possibile che solo a Terni capitino queste cose? Nessuno dei potenti e coltissimi dirigenti ternani ha mai obiettato nulla, come nulla avranno obiettato anzi, hanno accettato e pagato a nome dei ternani e a capo chino, la realizzazione di un aeroporto regionale che però serve solo Perugia, due superstrade a quattro corsie che collegano Perugia all’Adriatico, il Frecciarossa che arriva solo a Perugia, giammai a Terni… e ti pareva!
Ma i nostri dirigenti proni a 90 gradi non sono da soli, no!
È assordante il silenzio dell’Ordine degli Architetti di Terni, che non ha mai pensato di divulgare le foto del teatro originale per una consultazione popolare, visto che i sommi dirigenti comunali se ne sono ben guardati dal fare, e tantomeno hanno criticato l’assurdo vincolo richiesto dal Comune e imposto dalla Soprintendenza. Infatti a Terni nessuno, ed io per primo, che pure sono ternano ed ho studiato architettura, sapeva della fu esistenza del teatro originale, perché come me, aveva sempre visto il nuovo cinema-teatro del dopoguerra.
Peggio ancora, c’è qualcuno che con insistenza declama che non bisogna ricostruire, anche là dove è possibile, gli edifici storici del passato, ma che bisogna lasciare il nostro segno del tempo anche sulle rovine dei monumenti storici e per questo apportando ad esempio il rifacimento in chiave moderna della torre scenica del teatro alla Scala di Milano, ad opera dell’archistar Mario Botta.
Evidentemente non sa che il teatro alla Scala di Milano, come il Verdi di Terni, fu semidistrutto dai bombardamenti del 1943 e che è stato ricostruito nel 1946 tale e quale a prima, anzi, quando crollò il lampadario centrale originale, venne anche lui rifatto tale e quale alla vista, anche se, al posto dei lumi a petrolio, vennero impiegate lampadine ad incandescenza nonché plastica al posto del vetro, per renderlo più leggero.
Altri che non riconosco come miei colleghi vagheggiano sul concetto di ricostruzione=falso storico.
Ma dove hanno studiato costoro, a casa per corrispondenza?
Proprio in questi giorni dovrebbero montare la ricostruita guglia, crollata a suo tempo, di Notre Dame de Paris e quindi? L’architettura non è come la scultura, non è un manufatto, quello che vale ed è storico sono i disegni che organizzano l’opera e l’idea stessa. Sul fu Teatro Verdi – come documenta l’architetto internazionale Cervellati che ha ricostruito il teatro di Rimini della stessa epoca e dello stesso progettista (l’architetto Luigi Poletti) – di disegni di progetto ce n’è fin troppi e, soprattutto, il Poletti ha adottato il metodo delle proporzioni e dei rapporti aurei fra elementi costruttivi, come si faceva nei secoli per progettare tutte le opere dell’antichità, da Vitruvio in poi.
Quindi il nostro magnifico teatro di fine Ottocento può essere ricostruito filologicamente com’era e dov’era senza problemi, checché ne dicano tutti i capiscioni di cui sopra, amen



