di Diego Diomedi
Il primo punto da analizzare è sicuramente quello che io identifico come il duello al bicchiere più scomodo. Una vera e propria gara a chi pone a tavola il bicchiere meno pratico per bere del vino. Oggi per inseguire il “bello” (concetto controverso), si propongono bicchieri impossibili da manovrare. Il discorso della scomodità si può allargare anche ad altre situazioni (vedi piatti, tavoli, sedie e non solo). Mangiare non è più una cosa “comoda”.
La seconda cosa sicuramente su cui bisogna ragionare è il discoro dell’acqua. Oggi tutti hanno le due marche solite e note. Nessuno si distacca. Come se l’acqua fosse un marcatore qualitativo-identitario. “Se vuoi essere forte, compra la liscia e la sorella frizzante”. Poi il castello cade quando i ristoranti ti dicono di voler valorizzare il territorio. Cavolo, l’Umbria è una delle regioni con più marchi di acqua minerale e andiamo a ricercare sempre il facile impossibile. Una prima scusa è “non fanno vetro”. Cosa che non è assolutamente vera poiché molte aziende fanno vetro come Tullia, Sangemini, Sassovivo e altre. E se proprio vogliamo valorizzare una precisa acqua che non fa vetro ecco la soluzione: comprare una bella brocca (bella e anche scomoda, almeno qui ha senso) e versare l’acqua della bottiglia di plastica all’interno. Motivare la scelta, valorizzare un territorio. Possono poi dire che la plastica inquina. Questo però lo dice chi non frequenta determinati ristoranti (consumo di acqua in questi luoghi è banale e irrisorio).
La terza cosa riguarda un piatto: il piccione. Sembra che per essere un buon ristorante si debba fare a tutti i costi il piccione, proprio a tutti i costi, come se fosse un obbligo. Naturalmente non lo è. Sono stress mentali che le persone si fanno, sia dietro che davanti al bancone di queste nuove cucine a vista.
Che poi tutti questi piccioni da dove arrivano? Chissà, magari volano e arrivano come i giudizi che si danno su alcuni ristoranti.


