Redazione Perugia
PERUGIA – Si è tenuto martedì 21 maggio alla sala dei Vaccara di palazzo dei Priori a Perugia il focus su “La salute mentale e i giovani: la depressione tra le patologie del Millennio” organizzato dall’associazione Una mente per amica, creata e presieduta da Ganka Avramova. Gli esperti presenti si sono confrontati e hanno acceso un faro sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce per contrastare in maniera efficace le patologie mentali, che sempre più spesso colpiscono i giovani, anche alla luce del post covid.
Prima della pandemia una persona su 6 nei paesi della UE soffriva di disturbi di salute mentale. Ogni anno 84 milioni di europei ne sono colpiti, circa 80 mila persone muoiono per disturbi mentali e in seguito a suicidio. La situazione è peggiorata a causa delle emergenze senza precedenti verificatesi negli ultimi anni. Il costo della mancata azione per la salute mentale, già significativo, è destinato ad aumentare alla luce delle sfide globali associate ai cambiamenti sociali, politici e ambientali, all’aumento della digitalizzazione, alle pressioni economiche e ai cambiamenti radicali nel mercato del lavoro.
I dati mostrano che dal 2017 a oggi la depressione è il disturbo mentale più diffuso in Italia. Secondo l’Istat interessa 2,8 milioni di italiani, con una percentuale crescente all’aumentare dell’età. Lo sviluppo di un’ansia cronica grave avviene maggiormente negli adulti: dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni. Rispetto agli uomini, le donne sono particolarmente colpite e la gravità delle condizioni si acuisce oltre i 65 anni. Lo studio mostra anche che l’ansia e la depressione costituiscono oltre il 40% dei disturbi della salute mentale tra i giovani (tra i 10 e i 19 anni), seguiti da disturbi della condotta (20,1%) e dal Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (19,5%).
In Italia la percentuale (per la fascia di età che va dai 16 ai 24 anni) è cresciuta dal 14,4% del 2019 al 24,2% del 2021. Significa che 1 giovane su 4 soffre di depressione. Il 39% dei giovani italiani soffre di ansia o depressione, 1 su 7 dei giovani tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo diagnosticato.
Con riferimento alla regione dell’Umbria, il 19% degli umbri manifesta una condizione depressiva, mentre il 47% dichiara di sentirsi arrabbiato in modo episodico. Questi dati evidenziano la necessità di un intervento tempestivo e mirato per affrontare le sfide della salute mentale nella regione. Nel 2022 sono stati 10.265 i pazienti in carico nelle varie sedi del centro salute mentale del Dsm della Usl Umbria 1. Di questi circa 1.200, più di un decimo, hanno un’età compresa tra i 15 e i 25 anni. Gli stessi numeri si erano registrati nel 2021.
È evidente, dunque, come si sia di fronte a un’emergenza, una richiesta d’aiuto silenziosa e drammatica che non si può ignorare.
La scuola, così come la famiglia, possono avere in questo un ruolo chiave, integrando le competenze non cognitive nei percorsi disciplinari. Ma altrettanto fondamentale è la presenza di servizi adeguati e di professionisti che possano favorire sia la prevenzione che una diagnosi precoce delle patologie depressive.
GLI INTERVENTI
Ad aprire gli interventi, moderati dalla giornalista Donatella Binaglia, è stata la Avramova che, nel presentare l’associazione, ha tenuto a sottolineare come tra gli obiettivi fondamentali dell’associazione vi siano la promozione dell’informazione e della prevenzione dei disturbi mentali, così come la promozione del benessere psicosociale.
Per il Comune di Perugia era presente l’assessore al Welfare Edi Cicchi, che ha tenuto a sottolineare: «È una vera e propria emergenza quella di cui si parla oggi, i giovani sono affaticati rispetto a una società a cui non si riesce a stare dietro. I servizi sociali sono un cuscinetto tra la prevenzione e l’intervento, ma è evidente che i ragazzi hanno bisogno di essere sostenuti e non solo a livello medico».
«La scuola è senza dubbio un luogo di relazioni e di educazione, con un ruolo di primo piano nel riconoscimento e nella cura del disagio giovanile. Non ha una funzione terapeutica, ma se è vero che di relazioni ci si ammala e di relazioni però si guarisce anche, allora la scuola, come ogni luogo di relazioni può essere un contesto che di fronte al disagio giovanile può mettersi in ascolto, può interrogarsi e scegliere quali azioni realizzare e insieme a quali altri soggetti – ha spiegato Patrizia Tabacchini, docente e referente per lo sportello di ascolto e accoglienza studenti della scuola secondaria di secondo grado di Perugia – Dopo la pandemia, la scuola di fronte al disagio giovanile, espresso nelle forme dell’autolesionismo, dell’aumento dei Dca, della depressione non può più ignorare quella dimensione relazionale entro cui un giovane cresce e forma la sua identità. Oggi c’è bisogno di allargare lo sguardo a una dimensione di sistema: la scuola, il modo di insegnare, ma anche la relazione genitoriale con la scuola e la scuola dentro una rete di servizi. La sfida, ma anche l’opportunità, è rappresentata dalle connessioni che possono realizzarsi per dare vita a una comunità educante che non lasci soli i giovani di fronte al disagio, una rete che non sia solo quella della cura, ma anche quella della prevenzione, da costruire a partire anche dall’ascolto dei giovani stessi».
La professoressa ha quindi illustrato quali strumenti la scuola che si trova di fronte al disagio può mettere in atto, come gli sportelli di ascolto, programmi di socializzazione, peer education in collaborazione con i servizi di promozione della salute del territorio e la prevenzione del disagio attraverso il modello europeo “Schools for Health in Europe Network Foundation”, che tiene al centro il concetto di salute intesa come processo e condizione per realizzarsi come persona e riguarda ogni contesto non solo quello sanitario. «All’estero -ha concluso – lo psicologo a scuola è una figura di sistema che favorisce un altro tipo di approccio alla problematica. Sarebbe auspicabile avere una legge nazionale al riguardo anche in Italia».
«Non si tratta “semplicemente” di educare alle emozioni (e “educare le emozioni stesse”), ma di sollecitare nei bambini e nei ragazzi tutta una serie di riflessioni e azioni volte a una comprensione maggiore dei loro stati emotivi e di come questi vadano a impattare in maniera significativa la loro vita, anche scolastica – ha aggiunto Alessia Signorelli del dipartimento di Filosofia, scienze e tecniche psicologiche Unipg – Quando i più giovani, all’interno di un ambiente come quello della scuola, percepiscono che il loro vissuto emotivo e sociale non è relegato in secondo piano se non proprio escluso, rispetto all’apprendimento, ma è compreso, integrato, interrogato, allora possono mettersi in moto una serie di conseguenze che possono produrre miglioramenti nei rapporti con gli altri e nel rendimento scolastico. È quindi centrale che l’educazione socio-emotiva entri nelle scuole, ma non in maniera sporadica o solo all’interno di progetti più o meno lunghi, ma in qualità di “tassello mancante”, che sia integrata nella didattica quotidiana, quale elemento chiave necessario grazie al suo valore trasformativo e all’altissimo potenziale inclusivo».

«Gli adolescenti oggi sono spesso in bilico – ha confermato anche Susanna Cirone, psicologa e psicoterapeuta del Centro di terapia strategica di Arezzo – sono fragili e hanno bisogno di essere sostenuti. L’adolescenza per definizione è un momento critico della vita sicuramente uno dei più impegnativi; gli adolescenti si trovano a vivere in uno tsunami emotivo che devono necessariamente attraversare nel percorso evolutivo, ma che devono anche imparare a gestire per non rimanerne travolti. Questo c’è sempre stato. Ciò che è cambiato, invece, è il periodo di durata dell’adolescenza che si è allungata in termini di età, e il modo in cui gli adolescenti vivono l’adolescenza. Due sono gli elementi fondamentali alla base della problematicità attuale dell’adolescenza: da un lato, lo stile educativo dell’iperprotezione, che si è affermato negli ultimi decenni e che mette l’adolescente in bilico tra arroganza e fragilità perchè gli si evita l’affrontare gli ostacoli della vita che inesorabilmente esistono e vanno affrontati per conquistare l’autostima. Dall’altro lato, l’uso sbagliato e l’abuso del digitale e del web. Le emozioni si impoveriscono mentre aumenta l’incapacità di far fronte alla realtà. La pandemia è stata una tempesta su un terreno già precario, anche se non per tutti; anzi, per alcuni è stata un’opportunità di confronto silente con se stessi. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che esiste la possibilità di far uscire i ragazzi da queste difficoltà con l’aiuto della scuola, della famiglia ma anche dei professionisti, che possono essere un aiuto fondamentale, senza nessuna vergogna da parte dei ragazzi che vi si rivolgono».
Il modello operativo adottato nei ricoveri dei minori e dei giovani adulti è stato, quindi, l’oggetto dell’intervento di Kety Amantini, direttrice del reparto di Psichiatria dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia: «È importante agire con programmi di promozione e prevenzione della salute mentale che richiedono il coinvolgimento di vari livelli di erogazione e la messa in atto di varie strategie per raggiungere gli adolescenti, in particolare i più vulnerabili, oltre alla necessità di effettuare una diagnosi e un trattamento precoce dei problemi di salute mentale rilevati in età adolescenziale, evitando l’istituzionalizzazione e l’eccessiva medicalizzazione, dando priorità agli approcci non farmacologici». La dottoressa Amantini ha, quindi, presentato i dati relativi ai ricoveri nel reparto di psichiatria del nosocomio perugino, che sono passati dai 395 totali, di cui l’11% relativi a ragazzi tra i 19 e i 25 anni e l’1% di minori tra i 14 e i 18 anni, ai 405 del 2021, di cui il 6% era relativo a pazienti tra i 19 e i 25 anni e altrettanto per i minori (14/18). Nel 2022 i ricoveri sono saliti a 419 (13% 19/25 e 7% 14/18 anni), nel 2023 a 465 (5% minori e 12% 19/25), infine nei primi mesi del 2024 si contano già 161 ricoveri, di cui il 6% di minori tra i 14/18 anni e l’8% di pazienti tra i 19 e i 25 anni.
«L’identificazione precoce dei disturbi mentali è fondamentale, tenendo conto che la maggior parte dei disturbi psichici esordiscono in età adolescenziale e giovane. Ma la sintomatologia con cui si presentano è diversa, dobbiamo, quindi, imparare a riconoscerli, utilizzando nuovo competenze, perchè, altrimenti il rischio è che si arrivi alla cronicità della patologia – ha spiegato Giulia Menculini, ricercatrice Cattedra di psichiatria dell’Università – Parlare di prevenzione primaria in psichiatria è impossibile oggi, ma dobbiamo fare senz’altro una prevenzione secondaria, cercando di identificare come i sintomi depressivi possano essere prodromi di patologie psicotiche ancora più gravi». La Menculini ha anche riportato l’esperienza del servizio ambulatoriale di secondo livello legato alla Psicopatologia dell’età adolescenziale e giovane adulta che opera all’interno dell’Azienda Ospedaliera di Perugia. nIn due anni di attività l’ambulatorio è passato da 90 prestazioni negli ultimi sei mesi del 2022 a 131 nei primi cinque mesi del 2024. I pazienti sono prevalentemente di sesso femminile (62%) con un’età media dii circa 18 anni. L’80% dei ragazzi hanno confermato sintomi depressivi e di questi il 35% erano a rischio di dì sviluppo di patologie psicotiche più gravi.
Ha, in ultimo, fatto il punto – luci e ombre – sulle terapie emergenti o riemergenti con sostanze come la chetamina, al esochetamina o altre, tra cui psilocibina ed Lsd, Antonio Metastasio, psichiatra affiliato Usl Umbria2, ricercatore alla University of Hertfordshire, che ha spiegato come per negli Stati Uniti e anche in alcuni Paesi europei siano attualmente in corso diversi trial clinici, al fine di poterle utilizzare nei trattamenti, con sviluppi che lo stesso dottor Metastasio ha definito interessanti in termini di sviluppi futuri.


