Immaginare una città: prospettive per la Perugia futura

Da Pian di Massiano al palazzo della Penna, l’analisi dell’architetto Luca Tesei

di Luca Tesei, architetto*

PERUGIA – Spesso al termine “immaginazione” si associano connotati astratti e sfumati, eppure noi cittadini non dovremmo alienare la volontà di disegnare gli scenari futuri della città in cui viviamo nella maniera più concreta possibile. Per farlo, è necessario definire un progetto innovativo e individuare gli strumenti per realizzarlo, affrontando le sfide con coraggio e competenza.

Per fare ciò occorre affrontare in maniera sistematica e integrata le criticità, tenendo ben insieme gli aspetti sociali, economici e ambientali. Solo coniugando queste sfaccettature e facendo sì che esse siano interconnesse tra loro che è possibile dare risposte non banali a temi come la rigenerazione urbana, la mobilità e i servizi di una città.
La rigenerazione urbana deve trasformare spazi senza anima in luoghi vivibili: Nella nostra città, ahimè, esistono troppi non-luoghi sia in centro che in periferia: tra i tanti spazi come il mercato coperto o il cinema Lilli sono da tempo inaccessibili nonostante da sempre l’assenza di spazi coperti nel centro storico in cui ripararsi di inverno è motivo di non attrattività anche per gli stessi cittadini. Eppure la loro morfologia li rende ideali piazze di incontro: riparate e facilmente accessibili con il trasporto pubblico. Non è difficile immaginare un distretto culturale che colleghi questi poli includendo magari anche Palazzo della Penna, che si trova in posizione baricentrica tra i due edifici. Lo stato dei fatti invece è tristemente diverso, di pochi giorni fa è la concessione trentennale del Mercato Coperto a un privato per realizzare un museo del cioccolato, un progetto dal dubbio valore sociale e tantomeno culturale orientato a un pubblico quasi esclusivamente turistico, mentre Palazzo della Penna versa in un pessimo stato, nonostante ospiti le opere di Gerardo Dottori e le tavole di Joseph Beuys risalenti all’incontro artistico di rilevanza internazionale del 1980 tra l’artista tedesco e Alberto Burri nella Rocca Paolina.
Spostandoci invece fuori dal centro storico, tra i grandi progetti di rigenerazione urbana è al centro del dibattito l’area di Pian di Massiano e il fantomatico progetto di un nuovo stadio. Nonostante la struttura attuale abbia sicuramente bisogno di essere ammodernata è errato pensare che l’attenzione debba essere concentrata in maniera puntuale sul Curi, ma c’è bisogno di ripensare un’intera area, un parco pubblico che dovrebbe essere una importante infrastruttura verde di connessione tra i quartieri limitrofi di Ferro di Cavallo, di Santa Lucia e soprattutto di Madonna Alta ricollegandosi e facendo un tutt’uno con il Parco Chico Mendez. Ad oggi non esiste un piano sistematico di manutenzione del verde e anche gli accessi sono difficilmente riconoscibili. Per chi viene dalla città utilizzando il Minimetrò ci si ritrova in una stesa indiscriminata di asfalto, per lo più vuota la maggior parte dell’anno, Pian di Massiano è un’area residuale ai margini della città, da cui partire in maniera unidirezionale per arrivare in centro. Non potrebbe diventare invece parte integrante dei servizi
ecosistemici della città?

La necessità, urgente e attuale è quella di ripensare in modo sistematico le infrastrutture esistenti, come il già citato Minimetrò, e metterle a sistema tra loro ripristinando sinergie con la rete di mobilità secondaria in maniera tale da poter garantirne l’efficienza. Come pensiamo che il “brucomela” possa essere funzionale se non è possibile utilizzarlo per raggiungere la stazione e prendere i primi treni del mattino verso le destinazioni extra regionali o se al ritorno in serata si trovano i cancelli già chiusi? C’è bisogno di risolvere una mobilità interna compressa in reticoli di strade costrette dal tessuto urbano esistente e senza possibilità di ampliamento, e di certo non sarà la deviazione di parte del traffico esterno attraverso il cosiddetto “nodino” ad ovviare a ciò. Un’opera su cui l’assessore all’urbanistica uscente, nonché candidata sindaca Margherita Scoccia, sembra puntare molto, appoggiata anche
dalla voce dell’assessore regionale Melasecche. E’ grave che due assessori all’urbanistica, che pertanto dovrebbero avere confidenza con procedimenti quali valutazioni di impatto ambientale o analisi costi-benefici ad oggi mai pervenuti, manifestino un tale interesse per quest’opera.
Perugia deve ambire ad altri modelli di mobilità, disincentivando il traffico veicolare e l’utilizzo delle macchine da parte di un singolo conducente. A un potenziamento e a una interconnessione del trasporto pubblico locale sarebbe possibile affiancare politiche che incentivino l’utilizzo di macchine condivise (carsharing) e l’utilizzo collettivo dei mezzi privati (car pooling) anche attraverso accordi di partenariato tra pubblico e privato. Le nostre auto restano parcheggiate il 95% del tempo: incentivare gli enti e le aziende a una gestione migliore dei loro posti auto porterebbe a una conseguente riduzione degli stalli e la possibilità di incrementare superfici verdi. Inoltre la reintroduzione da parte del Comune di un sistema organizzato di Scuola Bus eviterebbe la congestione che quartieri ad alta
vocazione scolastica incontrano durante gli orari di punta.
Pensare che i posti si trasformino in luoghi significa abbracciare l’idea di una cittadinanza che vive la città, dove le scuole, le biblioteche i centri civici, ma anche le piazze, i parchi e i giardini contribuiscano a offrire quei servizi attraverso i quali le persone stiano bene ( il cosiddetto welfare), che in maniera diffusa e quasi silenziosa rispetto a grandi proclami cura quelle piccole lesioni che nell’insieme ad oggi restituiscono una città frammentata.
Pensare che misure come l’istallazione di telecamere possano risolvere il tema della sicurezza delle nostre aree più critiche contribuisce solo ad alimentare la paura e il senso di abbandono, immaginare che nei quartieri si stabiliscano attività di vicinato che uniscano i più o meno anziani, i più o meno emarginati, i più o meno diversi, significa migliorare quel livello di assistenza collettiva che si traduce a lungo termine in benefici per la salute e la sicurezza dei cittadini.
Sotto questa chiave di lettura leggo e condivido la visione futura di Vittoria Ferdinandi per questa città, con la quale condivido anche l’amore e la passione per questa città. Passione che significa anche sofferenza nel vedere come la città stia diventando sempre di più un non-luogo di alienazione e incuria di cui noi cittadini saremo ancora più responsabili se non ci impegniamo per primi nello scegliere chi ci rappresenterà e chi prenderà le nostre veci nei processi decisionali.

*candidato Pensa Perugia

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