di Egle Priolo
PERUGIA – Un tumore a uno stadio avanzato. Il terrore di una diagnosi inaspettata. La ricerca impaurita di consulti, pareri, soluzioni. Che poi si scioglie nell’affidarsi a quel medico “della porta accanto”, che si è posto come un fratello. Come una «persona perbene», prima ancora che come un professionista. Una battaglia non ancora conclusa, ma affrontata nella piccola Umbria con un cuore verde di leone. «Una storia di buona sanità, una storia di successo e di successi che sento il dovere di raccontare».
Inizia così il racconto a Umbria7 di un dirigente residente in Alto Tevere, che per motivi di privacy preferisce restare anonimo, ma che il nome del professionista che ha aiutato sua moglie a superare un tumore al seno lo vuole fare subito: «È Michele Montedoro, dirigente di Oncologia dell’ospedale di Città di Castello. Professionista di grande umanità, oltre che di preparazione».
La storia di questa coppia inizia a dicembre 2023, quando grazie a controlli preventivi, la donna – oggi 52enne – scopre un tumore al seno. «Triplo positivo – spiega il marito -, secondo la mammografia era di un centimetro e otto». I due, con quel dischetto in mano, si presentano in ospedale e incontrano subito Montedoro e il responsabile di Chirurgia Luciano Carli. La diagnosi è chiara, ma i medici chiedono un esame più approfondito, una mammografia con contrasto per capire se e quando il carcinoma vada affrontato chirurgicamente. «Il cut-off, la soglia, è considerato a 2 centimetri, volevano essere sicuri – racconta l’uomo -. Noi eravamo spaventati e, come spesso accade, sentivamo il bisogno di una seconda opinione. Chiediamo un consulto a un’eccellenza oncologica in nord Italia e il responsabile ci dice che nel giro di una settimana avrebbe operato mia moglie. “Senza mammografia con contrasto?”, chiedo. Lui dice che non c’è bisogno ed è pronto a operare». Il medico parla di tossicità delle cure ed è pronto subito a prendere il bisturi, senza necessità di ulteriori accertamenti e terapia.
«A quel punto – prosegue – torniamo da Montedoro, gli spieghiamo la situazione, i nostri dubbi, quell’opinione diversa. E lui con calma dice a mia moglie: “Mi levo il camice da dottore e le parlo come se fosse mia sorella. Sono pronti a operarla tra una settimana, ma cosa le cambia aspettarne un’altra e fare questo esame?”. Ci convince e mia moglie fa la mammografia con contrasto. Il tumore era a stella e in effetti era di 3 centimetri e 3». Insomma, quasi il doppio.
La coppia allora si affida all’ospedale di Città di Castello e la donna inizia una «terapia personalizzata che escludeva il farmaco più pesante: niente antraciclina (quella della chemio rossa) ma un farmaco di nuova generazione. Fa terapia per 18 settimane e alla fine l’ultima mammografia dice che non c’è quasi più nulla». L’intervento, eseguito a fine luglio, resta necessario, ma è certamente meno invasivo e meno esteso, pur dovendo prevedere anche una seconda fase di chirurgia estetica. «Come sta mia moglie ora? Dovrà fare cicli di anticorpi monoclonali fino a febbraio 2025, per cinque anni dovrà prendere la pillola e appena le cicatrici lo consentiranno iniziare 15 cicli di radioterapia. Ma quello che vogliamo sottolineare è soprattutto la grande umanità del dottor Montedoro. Per altri motivi familiari e di salute in quel momento stavamo attraversando un periodo davvero complesso. E lui ha capito quanto fosse importante l’aspetto psicologico. Ci ha indirizzato a un programma di psicologia oncologica, ci è stato vicino, sempre attento che in reparto vivessimo questo percorso in serenità. Si è dimostrato una persona perbene, oltre a essere un professionista, si è dimostrato sempre sensibile alla nostra famiglia». «E perché lo racconto? Perché – spiega – si parla sempre di malasanità, quando invece è importante evidenziare come anche in Umbria ci siano persone e strutture di eccellenza. Nella piccola Umbria, a Città di Castello, c’è chi ha avuto il piglio di andare contro le indicazioni di istituti di eccellenza, avendo ragione. C’è chi privilegia l’aspetto umano e psicologico. E questa è una storia di successo, che porta vantaggi a tutti». «La nostra – conclude il dirigente – è una storia bella e giusta da raccontare. C’è la tendenza a voler andare “fuori” davanti a certe patologie, mentre anche qui da noi ci sono realtà valide. È giusto evidenziarlo per il bene di tutti».


