Crepet travolgente a Perugia: «L’intelligenza artificiale? È un tostapane. Usatelo se serve. I bambini? Fateli sbagliare, non permettete a un computer di uniformarli»

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | L’intervento top non delude, all’Economic challange di Perugia di Acacia group. «Il livello dell’intelligenza umana decresce, quella dei gorilla che non usano la tecnologia sale. Siete contenti se finiamo per incontrarci?»

DI MARCO BRUNACCI

PERUGIA – Pronti, massima attenzione, è un avvenimento. All’Economic challange di Perugia, voluto da Acacia group, con San Francesco al Prato gremito per l’Intelligenza artificiale, le prospettive che apre, i guai che certe volte promette, parla Paolo Crepet, psichiatra e sociologi, ma soprattutto un numero uno.

«L’intelligenza artificiale? Dico subito che io detesto di essere un computer. Lo so che gli automatismi accelerano, ma io amo le riflessioni e i dubbi. I piloti di Formula Uno sanno tutti l’importanza dell’automatismo: quella curva la devi fare a 319,5 km orari. Non conta il ragionamento, ma la determinazione. Non cogliere le sfumature, ma pigiare l’acceleratore. Io adoro il dubbio, ma so che l’automazione è necessaria».

Però, fermi tutti, riflettete: «Mi è arrivato un testo di un libro ed ho avuto la netta sensazione che fosse stato revisionato dell’Intelligenza artificiale. Perché? Era la normalità. E la vita quando è vita, l’amore quando è amore, non è il normale.  Io mi fido della genialità. Io non voglio nessuna IA che corregga le mie bozze. Io voglio sbagliare, gli sbagli se sono miei. Gli errori sono fondamentali, l’imperfezione è decisiva. Avete presente Michelangelo. È terrificante che il bimbo disegnato una casa perfetta grazie all’algoritmo del suo computer. Dare all’infanzia tecnologia è pedofobia, sì, proprio così: odio nei confronti dei bambini. Invece fateli sbagliare le case, fateli di segnare come vogliono, fateli giocare, rifateli sbagliare. L’uomo non è quello di Sylicon Valley, che non sanno niente oltre i loro computer, che non conoscono gli gnocchi. Che perdono posso essere se non conoscono gli gnocchi»

Allora, il cerchio si stringe: «Come faccio se apro un giornale e non so se l’articolo è scritto da un uomo che sbaglia o invece da un algoritmo. Fate giocare i bambini. Evitate gli eccessi dei padri mononeuronico che regalano tecnologia a tutte le età. Che orrore questo politically correct a tutti i livelli. Basta. Vogliamo far giocare i bambini, vogliamo errori veri non correzioni fasulle, vogliamo diversità non normalità».

Finale come un memorabile cammeo, un pannello istoriato per un’epoca senza tempo: «L’IA è come un tostapane, se vi serve usatelo. Stop».  Capito? «La scala dell’intelligenza sta scendendo, il gorilla che non usa tecnologia, sta salendo. Tra un po’ ci incontriamo. Siete contenti di questo?».

Ma il prima è da non perdere, come avete sentiti l’imperdibile seguito: «Io sono  da sempre per quelli bravi. Cari giovani, non rinunciate alla meritocrazia. Quando Steve Jobs ricevette una lettera, come dire, simpatica che gli disse che la Borsa lo aveva fregato, quello che aveva creato a sedici in un garage non c’era più, cosa fece? Aveva soldi ma non hai più l’azienda. Che fai a quel punto? Te ne vai ai Caraibi? No. Lui venne a Milano e poi a Ivrea a parlare con Adriano Olivetti. Pensò che le sue “macchine” erano geniali ma dovevano essere anche friendly, belle. Da quel momento cosi sarà, il computer potrà entrare in salotto e Jobs nel Pantheon delle persone geniali. Jobs ci dice anche che i sogni magari fanno venire i soldi, certo i soldi non fanno venire i sogni».

E ancora: «Non è l’ideologia che ci aiuta, ma il meglio del meglio dell’umanità che ci ha insegnato e sbalordito. Ma oggi ci vogliono tutti uguali. Ditemi perché». Di più: «Un noioso giornalista del Nyt chiese a Jobs: “A che piano del building sono gli uffici della creatività?”. Jobs lo guarda stranito e gli indica il piano terra, quello della caffetteria: “Lì ci si incontra, lì si possono cogliere le occasioni che nascono dall’incontrarsi, così casualmente”. Da imparare».

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