Massimiliano Cinque
NARNI (Terni) – Nei giorni scorsi si è scritto molto di centro storico, riaprendo finalmente un dibattito sul suo futuro che è una cosa quanto mai importante, se non urgente. Parlarne significa anche affrontare il tema, non secondario, della Narni post industriale e del completamento della sua transizione, tenendo conto della prospettiva, nel breve e medio termine, dei nuovi filoni economici legati a turismo e cultura.
Negli ultimi 25 anni l’assetto e la postura storico-urbanistica e socio-culturale del centro è cambiata molto. Il recupero dei grandi edifici storici ha impresso un’accelerazione decisiva sul filone, oltre che urbanistico, anche del turismo, della cultura e della formazione. Si pensi alla Rocca Albornoz, al Palazzo del Podestà, Palazzo dei Priori, ex chiesa di San Domenico, Beata Lucia, ex Casa del Popolo e Palazzo Sacripanti, entrambi questi ultimi adibiti a sede universitaria, e Ponte d’Augusto. Un’operazione imponente per un centro piccolo come Narni e la cui portata, a mio parere, non è ancora stata ben decifrata, compresa e assimilata, relegandola in un routine quotidiana che distoglie l’attenzione da alcuni elementi fondamentali.
L’arrivo dell’Università, poi, è stato un passo decisivo per frenare il processo di declino anche economico-commerciale dopo la grande industria. E’ grazie alla sua presenza, che già per definizione è cultura in senso ampio, che si sono create le condizioni per avviare una serie di attività commerciali legate agli studenti, ma non solo, e che oggi rappresentano un indubbio valore aggiunto per la città e per il suo pil. L’università ha avuto inoltre il pregio di caratterizzare Narni a livello regionale quasi con un elemento di esclusività se si considerano altre realtà di analoghe dimensioni.
Lo sviluppo del turismo, anche se ancora non in grado di costituire una vera e propria economia, il consolidarsi della realtà universitaria e il rilancio commerciale hanno trasformato una città post industriale in una realtà diversa e vivace per buona parte dell’anno, ma hanno anche aperto un dibattito sul futuro e sull’identità del centro storico. Ed hanno, inoltre, contribuito a risolvere la dialettica centro-scalo.
Lo sviluppo economico, sociale e culturale del territorio unito all’oggettiva difficoltà di spostamento hanno fatto il resto nel creare ciò che oggi è una situazione di fatto e cioè Narni come realtà di un certo tipo, scalo come altra realtà di tutt’altro genere. La dicotomia centro-scalo, sostenuta dagli architetti Anelli e Matticari, è stata in sostanza superata dal tempo e dagli eventi.
Non ci sono più legami, se mai ce ne siano stati, e sarebbe inutile e anacronistico cercare ancora di trovarli. E’ un bene? E’ un male? Difficile dirlo, meglio prendere atto di questa realtà creata dall’andare degli anni, dal dipanarsi dell’economia e dei tempi, dal mutare degli usi, dei costumi e della demografia e delle condizioni economiche e socio-culturali. Narni scalo ha ormai assunto una vita propria, con una propria residenzialità, una propria struttura di servizi e commercio, una propria sfera di influenze che va ben oltre il territorio comunale.
E Narni centro cosa è oggi? E’ una realtà che per certi versi (quelli che ho detto prima) funziona bene, per altri funziona meno. Ho letto con attenzione l’intervento di Anelli e Matticari, che pure hanno avuto un ruolo non superficiale nella storia architettonica della città, ma non sono riuscito a trovare un elemento critico di modernità, di attualità e di prospettiva. Parlare di singoli aspetti del centro, come la fontana di Piazza Garibaldi, o di singoli aspetti come il turismo, non risolve il problema del centro storico e rischia anzi di creare nuove spaccature tra favorevoli e contrari, in un processo di polarizzazione su una problematica che invece è molto più profonda e complicata. Tuttavia lo spunto è interessante perché offre l’occasione di intavolare, seppur limitatamente, un ragionamento sul presente e sul futuro del centro storico.
Cominciamo con un dato di fatto: la denatalità è purtroppo una piaga che flagella l’intera Europa, Italia compresa, i centri storici del nostro Paese ne fanno purtroppo amaramente i conti risultandone le prime vittime. Se pochi nascono molti invecchiano, tanti muoiono e altrettanti se ne vanno fuori comune o fuori regione (o addirittura all’estero), il sistema sociale si inceppa e aziona i motori all’indietro. La conseguenza è inevitabile: spopolamento progressivo, perdita di servizi, di funzioni, di rango, di prospettiva. In pratica è come se il futuro rallentasse o peggio si fermasse. La “cortina fumogena” del turismo rende all’apparenza meno grave la situazione ma in realtà dietro i turisti c’è la realtà di tutti i giorni.
Bastano l’Università, le attività commerciali e un po’ di turismo a fermare questa retromarcia? No, non bastano, perché una città è viva se è vissuta da chi ci vive tutto l’anno. Il problema di fondo del centro storico, così come di molti centri storici italiani, anche se non tutti, è la residenzialità. Senza abitanti non si giustificano servizi, commercio, attività economiche vaste e variegate. Se non c’è chi acquista, chi vende non ha tornaconto, se non c’è utenza non possono esserci servizi.
Cos’è che regge e identifica socialmente e culturalmente un territorio? Una realtà che sia punto di riferimento. Punto di riferimento sociale, culturale, politico, amministrativo, di servizi, istituzionale e in parte economico, commerciale e artigianale. Anelli e Matticari hanno pizzicato le corde delle emozioni ricordando le suggestioni di una Narni che fu. E’ vero, era una Narni bellissima, piena di vita, di vicoli animati, di gente nelle piazze, di voglia di fare, di fiducia nel futuro, di positività, ma era la Narni degli anni ’70-’90, la Narni degli ottomila abitanti, della grande fabbrica che portava ricchezza e benessere seppur nascondendo abilmente altri aspetti negativi e, come si è visto, versi pericolosi.
Oggi quella Narni non c’è più e proprio negli anni ’80 cominciò a cambiare. Fu quando si iniziò la costruzione dei grandi quartieroni anonimi vicino al centro, seguiti poi negli anni, con crescente enfasi costruttiva, da altri quartieri più lontani. Tutti promettevano ed offrivano case e comodità ma nel frattempo drenavano residenti soprattutto dal centro storico e intaccavano il tessuto sociale che per decenni, oserei dire per secoli, aveva tenuto in piedi una comunità. Quello, duole dirlo, fu il punto di rottura, bisogna avere ormai l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Non fu un fenomeno isolato, è stata una caratteristica di questa disgraziata Italia, le cui conseguenze oggi sono in larga parte irrimediabili.
A quello seguirono poi la crisi delle nascite, quella del lavoro che generò, e genera ancora, la fuga di tanti giovani e famiglie, quella economica e commerciale, la sparizione dell’artigianato, lo sfilacciamento di rapporti e interscambi tra persone e gruppi sociali che facevano di un centro storico una vera comunità.
Io non amo la tesi di Narni città-bomboniera, amo molto di più l’idea di Bernardo Secchi, il padre dell’ultimo piano regolatore, risalente ormai a molti anni fa ma sempre valida. “Una città vive se è vissuta da chi ci abita”, diceva in sostanza, e questo non significa rinunciare al turismo o rinnegarlo, tutt’altro. Significa offrire al visitatore (preferisco chiamarlo così) una città vera, con i suoi abitanti, con i suoi rumori, con la sua gente, con le sue storture, con la sua realtà concreta di comunità che vive. E’ questo il turismo esperienziale che prediligo, non quello virtuale di cui si riempiono la bocca falangi di influencer e di youtuber che raccontano la storiella del borgo invece di una realtà vivente. Ecco, il punto sta proprio qui. Narni, con la sua storia e la sua identità, non può essere ridotta al borgo della domenica, un posto senz’anima, un plastico del presepe, una suggestione virtuale dove il popolo social possa liberamente pascolare per qualche ora. Non è turismo, è prostituzione turistica, senza offesa per nessuno.
Un territorio non è una comunità se non ha un punto di riferimento. Chiediamoci quale sia oggi per il comune di Narni il punto di riferimento, beninteso non solo economico. Scopriremo che questo punto di riferimento semplicemente non c’è, non esiste. Le 20 frazioni disseminate su un territorio vasto più di quello di Terni per appena 17mila abitanti contro gli oltre 100mila del capoluogo provinciale non vedono in Narni il riferimento culturale, sociale, urbanistico, istituzionale che dovrebbe invece essere un capoluogo comunale.
Così si rischia, se già non è avvenuto, una parcellizzazione delle comunità, una frammentazione estrema delle realtà, un distacco reciproco gli uni dagli altri e un’autoreferenzialità che è pericolosa per la tenuta di un territorio.
E allora cosa fare? Pensare di tornare agli anni d’oro è pura utopia, costruire una Narni moderna, vitale e dinamica non in balia del tempo e che si carichi sulle spalle la responsabilità di essere la guida del territorio è un dovere oltre che una necessità se non si vuole che la china intrapresa porti alla marginalità senza ritorno. La chiave è paradossalmente quella demografico-residenziale, è intorno ad essa che si ricostruisce un’identità capace di proiettarsi oltre le mura. Belle parole, si dirà, ma come metterle in pratica? Costruendo un rapporto stretto e facilmente interscambiabile fra città antica e città moderna.
Un esempio illuminante mi è sempre venuto da Marsciano. Lì hanno avuto l’argutezza, o forse la fortuna anche logistica, di mettere in collegamento diretto centro antico e centro moderno. Dal medioevo alla modernità ci si arriva a piedi, passando attraverso le porte antiche del centro storico. Scuole, banche, servizi, negozi, attività e strutture, tutte a portata di mano senza bisogno di prendere per forza l’automobile o il mezzo pubblico. Ho già detto: Narni scalo è ormai una realtà, anche bella e vitale, ma non in grado di assolvere a questo compito per questioni anche, mi par di capire, di distanze e comodità. Prendere la macchina, percorrere la super trafficata Flaminia, giungere a Narni scalo, cercare un parcheggio e poi recarsi nel luogo prescelto può richiedere anche un quarto d’ora in alcuni momenti della giornata.
Impossibile in queste condizioni parlare di integrazione perché per gli uomini e le donne moderne, abituati a vivere a velocità supersoniche, questo non è più un servizio ma una seccatura. Cosa fare allora? Semplice (si fa per dire!), fare una Narni moderna adiacente a quella antica. Già, e come si fa? La questione non è semplice, presuppone un vasto programma pluriennale, una disponibilità politico-amministrativa a mettersi in gioco e progettare un’opera davvero importante, presuppone un altrettanto vasta disponibilità economico-finanziaria e una condivisione di tutta una serie di categorie professionali ed economiche e dell’intera comunità. Ma è l’unica ancora di salvezza o almeno non ne vedo altre.
Una nuova area in grado di ospitare la città moderna adiacente a quella antica, dove attrarre nuovi residenti e con essi nuovi servizi, dove poter avere l’opportunità di rimettere in moto un’economia che langue da anni. Si pensi solo a quanti settori potrebbero essere coinvolti in questo ambizioso progetto: edilizia, ingegneria, artigianato, professioni dei più svariati generi, tutto un mondo del lavoro insomma in grado di generare nuova economia e nuova occupazione a breve e lungo termine con la prospettiva di ridare alla città una nuova vitalità in chiave moderna, senza contare l’influenza su realtà vicine come Calvi dell’Umbria, Otricoli e parte della Sabina. Non sono un architetto, né un urbanista, né tanto meno un ingegnere e non sta certamente a me poter indicare dove e come poter realizzare un progetto del genere. Di primo acchito mi verrebbe in mente la zona dove si sta attualmente costruendo la nuova strada dei Bastioni ma spetterà a chi di dovere valutare ed eventualmente decidere.
E’ un’utopia? Puoddarsi, ma a volte scommettere sull’utopia può rivelarsi vincente. Una cosa è certa: Narni non può sopravvivere a lungo all’impatto di poco più di 2mila abitanti, non può sperare di costruire un’economia turistica con i volumi di oggi, siamo una città carina e accogliente ma non abbiamo le caratteristiche per attrarre i grandi flussi turistici. L’unica via è tornare ad essere città abbandonando il fatalismo e rinunciando ad accettare la logica del borgo.


