“Petricore” per l’anteprima di stagione del Clitunno di Trevi

Il testo vincitore della prima edizione del Premio TreviTeatro

TREVI (Perugia) – Pronta al via “Atto III°”, la nuova stagione di prosa del Teatro Clitunno di Trevi – promossa per il terzo anno consecutivo, da Teatro al Centro (TEC), realtà costituita dal Teatro Belli di Antonio Salines (Roma), Teatro di Sacco (Perugia), Magazzini Artistici (Narni e Roma) e Povero Willy (Terni), in collaborazione con il Comune di Trevi – che prima di aprire le sue porte ufficialmente, propone un’anteprima che domenica 24 novembre alle 18.30 vedrà in scena la presentazione in forma di mise en espace di “Petricore” di Fabio Pisano, testo vincitore della prima edizione del Premio TreviTeatro, dedicato alla drammaturgia contemporanea. L’ingresso è libero e al termine dello spettacolo si terrà la presentazione alla città dell’intera stagione teatrale, seguita da un brindisi di buon auspicio.

Protagonisti saranno Francesca Borriero, Fabio Pisano e Alessandro Balletta, mise en espace a cura della compagnia Liberaimago.
Petricore racconta ciò̀ che avviene in alcune parti del mondo (penso al medio oriente, ad esempio, penso alla Palestina ma non solo, anzi; più̀ vicino di quanto si creda); racconta di persone che entrano nelle case e nelle vite di altre persone per cacciarle dalle proprie case e – a volte, nella peggiore delle ipotesi – dalle loro vite. Qui il racconto però non segue con fedeltà̀ ciò̀ che realmente accade da quelle parti, sarebbe banale da parte mia, addirittura superfluo. Oggi ci sono le immagini reali che raccontano. E le immagini saprebbero bastare; s’innesca, in questo testo, un meccanismo di cordiale ipocrisia, che lentamente porta lui e lei, i due protagonisti a dare tutto, a dare ogni cosa all’estraneo che bussa a casa loro.

Lui e lei sono un marito e una moglie, che, in medias res, stanno parlando di ciò che “accade fuori”, delle invasioni, appunto. Ciò che sta accadendo ogni giorno, nel loro quartiere, nella loro parte del paese. Ad un certo punto suona il campanello. Un uomo; è un uomo, nuovo di quelle parti, che chiede un po’ di zucchero. La conversazione lentamente procede, e l’uomo, ovvero l’estraneo, inizia a chiedere altro. Del caffè. Poi un cuscino. Poi un ombrello.

Cibo, riposo e riparo.

L’ombrello però non ce l’hanno, o forse, stanno solo mentendo. Loro non escono, quando piove; loro quando piove restano in casa. In quel momento si sente un boato. La guerra? O un tuono? Nessuno lo sa, e nessuno ha il coraggio di guardare fuori la finestra. Con naturalezza, usando le giuste parole, l’estraneo fa capire ai due di essere stanco. Chiede loro se serve dell’altro; in caso negativo, li invita ad uscire. Ad andare via. Quella casa, la più bella casa del circondario – come dirà lui stesso dopo esservi entrato – ora è sua. L’abito viene tolto del tutto; c’è la nudità̀, a caratterizzare l’ultimo atto di questo meccanismo perverso dove il non detto, dove il vacuo riempie quella bella casa in attesa che essa si svuoti dei due coniugi che l’hanno abitata – forse – da sempre. La nudità̀ non come umiliazione, ma come condizione di apolide. Come una condizione comune. Nudi si è tutti uguali; nudi si potrebbe provenire da ogni parte del mondo; si potrebbe essere diretti ovunque. Mentre piove, e dalla terra bagnata dalle prime gocce di pioggia, sale su l’odore del Petricore.

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