di Gianluca Tuteri
PERUGIA – Da che mondo è mondo l’uomo non è mai stato in pace col tempo, ne cerca il significato, è angosciato dalla paura di sprecarlo. E così c’è il tempo dell’uomo stolto (Seneca) che ripete in continuazione che non ha tempo, preso com’è a consumarlo in cose futili e che quando lo trova non sa che farne; e c’è il tempo dell’uomo infelice (Fromm) imprigionato nella dimensione dell’“avere”, costretto a ripetere che il tempo è denaro.
Nella vita il tempo appare come paradossale ci sono momenti in cui la nostra interiorità non è in linea con il nostro orologio e così viviamo circostanze in cui perdiamo la nozione del tempo e altri in cui il tempo non sembra scorrere. A scandire questi due tempi è il nostro stato di salute: lo star bene e lo star male. Ma il tempo che non passa quando ammalati aspettiamo in lista d’attesa la nostra visita, la nostra cura, non è una sensazione è tutt’altro che una percezione è una reale sofferenza e il determinare questo, noi come uomini, ancor più come istituzioni dobbiamo sentirlo come una responsabilità grave. E’ questo un tempo violato, l’espropriazione di un tempo salvifico, un tempo che condanna la persona a pensare sempre e soltanto alla sua malattia, il sacrificio e la mortificazione di ciò che si ritiene più caro nella vita: la salute. Nel pensiero di un malato non può aver luogo l’inutile attesa, tutti noi lo sappiamo bene per le volte che questo sentimento ci ha pervaso personalmente o ci ha messo in difficoltà nell’accompagnare un familiare nel percorso di esami e di cure necessari per la sua salute. E sono sicuro che delle ragioni accampate dal sistema né gli anziani ne tanto meno i bambini, (accomunati dal fatto che entrambe del tempo hanno una rappresentazione inderogabilmente concreta in cui non c’è spazio per il futuro mentre la gioia del momento non è differibile ed è tutto ciò che conta) si trovino nel non darsi spiegazioni del ritardo per la loro cura perdendo fiducia nelle istituzioni, negli altri, nel prossimo e sentendo squalificata la propria persona e mortificata la propria esistenza. Perché si tratta a tutti gli effetti di un esproprio di vita agito con abusiva distrazione dai sistemi sanitari e dai loro amministratori, che comporta disagi fisici e psicologici, isolamento e umiliazione, dolore e non ultimo costi economici. Un insulto che spetta a chi di dovere sanare ora, anche celermente stando alle promesse fatte (piuttosto che perdere tempo in inutili, incompetenti e dispendiose commissioni) e aggiungo si dice sia meno responsabile chi fa e sbaglia che chi potenzialmente in grado di fare, non fa.


