TERNI – L’indecisione sul destino architettonico e culturale di questo “segno” cittadino è incredibilmente grande, i motivi sono tanti e intrecciati, ma al primo posto, che in questa strana città è consuetudine consolidata e dominante, c’è quello politico che offusca e degrada quello fondamentale: la funzione storica e culturale, che per un teatro dovrebbe per sua stessa natura essere prevalente.
Come tutti i programmi di questa “sfortunata” città anche questo nasconde pericolose insidie nel suo iter che dovrebbe restituire ai cittadini lo storico teatro. Tutti in città sono informati dell’acceso dibattito generato dalla vicenda “Verdi”, non solo per i tempi lunghi dei lavori, appena iniziati e subito interrotti, ma per la ben nota e ampiamente condivisa volontà espressa da cittadini comuni, autorità e personaggi di spicco del mondo della cultura e dell’arte, di ridare al teatro Verdi la sua funzione e la sua veste architettonica originaria che ne fece il simbolo della cultura cittadina dell’Epoca: quella cultura neoclassica che dette vita ai più noti melodrammi italiani composti da geni immortali quali Verdi, Donizetti, Mascagni e più tardi Puccini ecc. e che fortemente influenzò lo stile architettonico delle grandi opere e in particolare i teatri che ne custodivano la tradizione e ne trasmettevano la vita .
La tipologia architettonica del nostro, fu del Poletti, come di altri famosi teatri italiani e non solo, tutti avevano una stessa caratteristica: i palchi su più ordini, la platea e la pianta a “ferro di cavallo”, con una struttura che non era una semplice creazione stilistica, ma rispondeva a precise regole di funzionalità acustica e ambientale e non a caso, pur con le necessarie modifiche funzionali, riproponeva quelle forme già viste nei teatri Shakespeariani di tre secoli prima.
Il “nostro teatro” quindi, si porta dietro un bagaglio culturale di notevole spessore a cui altre e ben note città italiane hanno reso omaggio, direi tutte quelle che hanno un teatro stabile funzionante e un’attività musicale importante e di tradizione. Non voglio fare nomi per timore di dimenticarne involontariamente qualcuno, posso solo aggiungere che molti di questi, distrutti da calamità o da guerre, sono stati ricostruiti su quelli preesistenti ispirati al modello Polettiano. Il fior fiore dell’architettura moderna contribuì alla loro ricostruzione fedele, con l’intento di ridare alle città, le loro radici e quell’immagine culturale brutalmente interrotta dagli eventi.
Il Teatro originario inaugurato nel 1849, progettato dall’architetto Luigi Poletti e intitolato a Giuseppe Verdi nel 1901, danneggiato dalle incursioni belliche del 1943 solo per la parte riguardante il palcoscenico, fu demolito e al suo posto fu realizzato l’attuale cinema-teatro inaugurato nel 1949 con notevole riduzione dei volumi del Teatro precedente (sala spettatori abbassata e palcoscenico accorciato). Del nostro Teatro quindi è rimasta solo la facciata (pronao esastilo neoclassico) e la struttura esistente è in primis quella di un cinema adatta quindi più per proiezioni cinematografiche che per rappresentazioni teatrali.
Ciò avveniva nel dopoguerra, quando le sale si contendevano i film spettacolo di Hollywood e il neorealismo impegnato, e rappresentavano per un popolo desideroso di svago a “buon mercato”, il massimo dei divertimenti. Gli anziani di oggi, fanciulli di ieri non hanno certo dimenticato che a Terni funzionavano a regime oltre cinque sale cinematografiche di prima visione tra cui il Verdi, ma tutto il popolo di oggi sa bene che nessuna di quelle sale, dove si andava il sabato o la domenica con la famiglia, esiste più. I tempi e i gusti sono cambiati, resta a Dio piacendo, la tradizione e il rispetto per un passato che non tornerà, ed è a quello che dobbiamo ispirarci se amiamo la nostra città e la cultura che è parte di essa. Non a caso le notizie sulla sorte del “Verdi” hanno suscitato interesse, critiche e dibattiti; in una città sonnacchiosa e pigra, quando si parla del teatro si schiudono molte persiane e la città si rianima magicamente.
Ma perché questo accade, qual’è la magia che carica questa molla e ne propaga gli effetti in modo trasversale apolitico e senza distinzione sociale?
La cultura … la cultura e la consapevolezza di una tradizione e di un passato che non devono morire nei gorghi indecenti dell’ignoranza a cui siamo stati condannati per troppi anni. L’accorato appello a cui molti si sono uniti con entusiasmo crescente è sembrato però non aver minimamente scalfito la scorza di idee incomprensibili di chi guida la barca, esamina, giudica e decide sulla base di motivazioni pretestuose a cui nessuno è disposto a credere neanche coloro che le sostengono.
“Il Poletti non si può fare perché la sua architettura è in contrasto con le norme di sicurezza vigenti, perché bisogna rifare il tetto e la torre scenica, perché la capienza del teatro si ridurrebbe e l’attività non sarebbe remunerativa”, e altre amenità.
Sono stati ricostruiti la “Fenice” di Venezia, il “Petruzzelli” di Bari, il “Galli” di Rimini. Ahimè sono tutti carenti e forse lo è anche il “Menotti” di Spoleto o la “Scala” di Milano; ma solo a Terni capitano tutte queste disgrazie, come sono state disgrazie anche la fontana di Piazza Tacito, il “Tulipano”, il Mercato Coperto, ecc. ecc., alcune tornate a vivere, altre ancora no. Ma tra tutte queste il teatro è il bene più rappresentativo, identitario e utile, ed è scandaloso che si raccontino storielle poco realistiche, diffuse per non dover spiegare al popolo, ormai considerato soggetto passivo, la verità, che con le difficoltà tecniche non c’entrano un fico secco.
Se di questo si trattasse, visto che il teatro è un bene pubblico, si sarebbero dovuti indire dibattiti per dare precise spiegazioni su basi oggettive e non discutibili, facendo sfoggio di conoscenze non a tutti note.
Ma così non è e forse non sarà; tutte le informazioni alla Città sono pervenute da comunicazioni imprecise e quasi sempre di parte, sapientemente filtrate dall’occhio attento dei difensori dell’ignoranza e da chi fa propaganda sulle nostre spalle, ipotecando la cultura e con essa il futuro della Città.
È ormai datato il solo “timido” restiling del pronao che voleva apparire forse una buona intenzione per la ripartenza e l’avvio dei lavori, una soluzione che però non soltanto è fuori posto, ma è in pieno contrasto con la politica conservativa e di valorizzazione dell’esistente a cui la Sovrintendenza in altre realtà appare molto attenta.
Le sei colonne di laterizio intonacato leggermente rastremate, che sostengono i “capitelli” Jonici, e tutta la facciata di ispirazione neoclassica, costituiscono un insieme architettonico da conservare gelosamente e se necessario da restaurare con mano esperta. Tutt’altra visione di quella superficiale e inesperta che ha “stuccato” le colonne, trasformando le superfici rugose in quelle lisce e anonime di una facciata tinteggiata e impersonale, come il fondo posticcio di una quinta teatrale.
CONCLUSIONE
L’impressione, e spero di sbagliarmi, è che tutto si stia evolvendo secondo logiche di parte senza tener conto del bene primario: la rinascita culturale di una città che nel corso degli ultimi anni ha perso molto in immagine e sostanza, in una logica di opportunismo pressappochismo e ipocrisia che andrebbero sotterrate definitivamente come un’ascia di guerra ed avviare la nostra città in un percorso nuovo “di zecca”.
Tutto è stato possibile alla politica di casa nostra, purché si rispettassero le alleanze e le priorità delle strategie di sempre: la valorizzazione o, meglio, il condizionamento dei “talenti” e non, alla casta locale, gonfia dei suoi privilegi, nel silenzio assordante dei tanti esclusi.
E intanto Terni muore, soffocata da questa forma di omertà atavica, che tutti disprezzano ma che nessuno osa sfidare, pensando forse di trarre dal tacito consenso, il beneficio di un concreto vantaggio.
Un’ ultima e amara considerazione tratta da un coraggioso articolo sullo stato dei lavori. Da esso si evince che il teatro Verdi sarà trasformato al punto da escludere la sua possibile destinazione a teatro lirico, anche se coloro che hanno progettato questo “scempio” e gli amministratori che lo hanno sostenuto, dicono di no, ma sanno bene che verrà meno la sua precipua funzione.
Costoro non hanno certo agito in autonomia, ma sotto la regia di chi ha commissionato l’intervento, perseguendo scopi ignoti alla città, tenuta all’oscuro di tutto.
Ma perché tutto questo, perché a Narni la lirica, la musica classica, il balletto sono ormai protagonisti degli eventi, quasi a imitare Spoleto ormai divenuta a pieno titolo tempio della cultura, entrambe protagoniste di qualità sia pure in scala diversa e mete di personaggi di rilevanza internazionale. Perché Terni che ha alle spalle una storia di tutto rispetto deve essere relegata ad un ruolo subalterno. Qual è la “mano” occulta e onnipotente che dispone il nostro destino di “gregari”; perché il nostro teatro che con una attenta ristrutturazione poteva ritornare ad essere se stesso, deve subire una trasformazione alquanto discutibile e costosissima, che violenta in modo definitivo la sua vera identità?


