DI MARCO BRUNACCI
TERNI – Giorni decisivi per le acciaierie ternane, proprio perché se ne sta parlando così poco. L’Ast è sempre più in bilico tra un rilancio più o meno radicale e invece una prospettiva che a breve porti alla cancellazione dei 400-500 posti legati alla produzione “a caldo”.
La settimana scorsa si è conclusa con presidente della Regione e assessore regionale allo sviluppo economico in cerca di qualche informazione. La Regione ha tentennato e ha fatto qualche passo falso al quale ha cercato di rimediare. Ora però ci si muove in una nebbia uguale per tutti, visto che anche al Ministero di Urso sanno poco o niente di quello che sta succedendo.
Sull’acciaio europeo e italiano in particolare pende l’incognita dei dazi che Trump sta cominciando ad applicare a Cina, Canada e Messico. Il Governo sulla questione è molto guardingo e non si sbilancia. Tutti aspettano le mosse della premier Meloni in virtù dei suoi contatti con la Casa Bianca.
Come si immaginava, invece, nel decreto sull’emergenza energetica del ministro Pichetto Fratin ha ben poco modificato lo scenario per le grandi aziende energivore. Non resta che guardare dentro il gruppo Arvedi. E anche qui si resta alle indiscrezioni riportate qualche settimana fa da Umbria7: Arvedi sta mettendo tutta la sua credibilità in campo per vedere se riesce a garantirsi comunque linfa vitale per realizzare il piano di decarbonizzazione e rilancio dello stabilimento di Terni, con l’obiettivo di puntare nuovamente sul magnetico, abbandonato improvvidamente qualche tempo fa.
In una panorama di questo genere incombe però la prospettiva di dover procedere a tagli invece che al rilancio se nessuno degli attori riesce, per qualche motivo magari anche giustificato, a fare la sua parte. Per certo si sa solo che se la situazione resta ferma, l’unica prospettiva è e resta quella della chiusura del caldo, con relativo taglio di posti di lavoro.


