Gli umbri che vanno a farsi curare fuori Umbria? 40 milioni di deficit. Il problema: il fattore umano. Non ci sono più i Maira, i Cerulli, i Cao, i Morelli. Ma la Regione mette le tasse

SPOTLIGHT di MARCO BRUNACCI | Gli Agnelli, i Falini, i Mannarino, i Brunetti, i Santeusanio, i Tonato, i Roila troppo spesso non sostituiti. Carli ultima uscita. Dopo propaganda e falsità, la sanità pronta a presentare il conto vero. E sarà salatissimo. L’Università ultima carta da giocare, ma col rischio che vincano logiche diverse dal bene di Ateneo e territorio

DI MARCO BRUNACCI

PERUGIA – Lo hanno detto ripetuto in molti, con illustri crittogrammi e altrettanto illustre deduzioni. L’ultimo in ordine di tempo: il segretario della Cisl, Manzotti, appena confermato, che ha ricordato a tutti: «Sono più di 40 milioni all’anno i soldi che l’Umbria paga per i pazienti che vanno a curarsi in altre Regioni». Si chiama “mobilità passiva” ed è da considerare il problema centrale, in questa fase, insieme ai 17 ospedali che il sistema non regge e alla coesistenza – che così non può continuare – tra Azienda ospedale di Perugia e quella di Terni.
Allora: i 40 milioni di sbilancio per mobilità passiva, che da soli risolverebbero tutti i problemi della sanità 2024 dell’Umbria, sono il frutto di quell’antipaticone di Coletto assessore? Ahinoi, la storia è molto diversa. Il centrodestra non ha avuto tempo e modo per porre mano alla questione (anche causa emergenza Covid), il centrosinistra a suo tempo si è trovato spiazzato ma adesso sta peggiorando il buco con la toppa.
I fattori che influiscono sulla mobilità passiva ovviamente sono molteplici, ma uno sta alla base: si chiama fattore umano.
Chiariamo? Il sistema umbro non ha retto l’uscita, neanche tanto progressiva, iniziata a partire dal 2010, di quelli che una volta si chiamavano luminari e che adesso il sistema umbro pensa di pagare poco e tassare tantissimo e vederli felici, saltellanti dietro i letti dei
pazienti.
Elenchiamo: Maira, Cerulli, Cao, Morelli. Aggiungiamo: Agnelli, Falini, Mannarino, Brunetti, Santeusanio, Tonato, Roila. Continuiamo? No, perché ne dimentichiamo sicuramente qualcuno.
Va da sè, i chirurghi sono come i centravanti nel calcio: i più ambiti, quelli che ottengono i risultati più eclatanti, i gol di cui ci si ricorda. Ma con i difensori dell’area della medicina, supportata dalla ricerca, si vincono i campionati. E coloro tra questi che riescono a fondare e mantenere una scuola sono la ricchezza della sanità e la garanzia per i cittadini pazienti.
L’ultimo che se ne è andato dal sistema sanitario dell’Umbria è Luciano Carli, ospedale di Città di Castello, una meritata fama di ottimo senologo.
Nella materia, la Regione il capolavoro finale lo ha fatto con la manovra delle tasse. Tra i “nemici di classe” da colpire, i temuti ricchi sopra 1500 euro, i 24 mila contribuenti umbri prescelti, su 850 mila abitanti, ci sono finiti – target prioritari colpiti e affondati – gli infermieri, soprattutto i più esperti e preparati, i medici tutti e ovviamente i primari, che già di loro hanno un trattamento economico peggiore rispetto alle Regioni confinanti, oltre a una base assai limitata per l’attività intramoenia che, per altro, da queste parti viene pure demonizzata.
L’Umbria era già poco attrattiva, a fine anno la facoltà di Medicina, con le uscite programmate, si troverà ad avere una decina in tutto di docenti ordinari. Mai così pochi. Altro che ritorno alle Scuole di specializzazione.
Da fuori è difficile trovare candidati che non siano – come dire – nella media e magari anche un po’ al di sotto, disposti a venire qui.
Certo non i migliori, i quali hanno altre ambizioni.
E succede anche che i più preparati, che sono già qui, trovano difficoltà a essere riconosciuti. Situazione grottesca.
Eppure l’Università è rimasta l’unica istituzione che potrebbe dare una mano per evitare che l’Umbria diventi una succursale di altri più importanti sistemi sanitari, come per altro è già nelle cose (dal 2015 e dintorni).
Se facesse un serio reclutamento, proponendo ai migliori giovani talenti una cattedra da ordinario in cambio dell’impegno per un numero di anni congruo, sufficienti anche a realizzare una scuola promettente, si potrebbe tentare un qualche colpo di reni.
Se si firmasse questa benedetta convenzione Regione-Università e i due ospedali di Perugia e di Terni si mettessero in linea con l’obiettivo dell’eccellenza, diventando aziende sanitario-universitarie, si potrebbe giocare un’altra carta. Non una certezza, ma almeno un
tentativo.
L’unico che ha in mano tutte le carte per giocare questa partita, perchè le ha studiate per un’intera legislatura rettorale, è Daniele Porena, candidato rettore. Ma non si sa se questa conoscenza lo aiuterà, perchè anche in questa Università, formato 2025, sembrano
contare altre logiche, diverse da quelle del bene dell’Ateneo e del suo territorio.
Umbria7 ricorda che, finita questa insopportabile ondata propagandistica sui presunti deficit, la sanità è pronta a presentare il conto. E sarà salatissimo: dall’inammissibile situazione dell’ospedale di Terni indispensabile presidio di “frontiera”, alla necessaria razionalizzazione del Terzo polo Foligno-Spoleto, dagli sconcertanti ritardi sulle dotazioni
tecnologiche di macchinari sia di Perugia che di Terni alla soluzione per i piccoli ospedali insostenibili, al rapporto carico di tensioni con i soggetti convenzionati, alle liste d’attesa infinite, oggi relegate nel limbo del fuori controllo.
Magari in sanità tutto potesse ridursi al derby destra-sinistra, magari bastasse cambiare un direttore, magari bastasse dire qualche altra bugia, dopo tutte quelle già ascoltate dalla nuova Giunta regionale.
Intanto da qualche giorno si paga la stangata delle tasse, con arretrati. Evviva.

Alla Drupa di Ferentillo le “Degustazioni Letterarie” 

L’on. Pino Bicchielli in visita a Confartigianato Edilizia a Perugia