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La Lancia di Luce è figlia di una visione di città attrattiva

L’intuizione, il contatto degli architetti Anelli, Matticari e Barnarducci con il maestro Arnaldo Pomodoro, il ruolo di Walter Mazzilli nella promozione del territorio

AURORA PROVANTINI

TERNI -Trent’anni (più sette di gestazione), trenta metri, tredicimila ore di lavoro, novanta tonnellate di acciaio. La Lancia di Luce di Arnaldo Pomodoro, per tutti l’Obelisco, non nasce per caso: è figlia dell’intuizione di un gruppo di intellettuali, primo fra tutti Walter Mazzilli, allora presidente dell’azienda di promozione turistica,  di  rendere la città più bella e accattivante. Mazzilli credeva nella forza del turismo per la crescita economica del territorio, ma credeva anche che valorizzare la cascata non bastasse. Nella sua visione di territorio attrattivo, c’era la realizzazione di opere d’arte urbana come, appunto, l’obelisco.  Erano gli anni Ottanta. Erano gli anni in cui tre giovani architetti  – Sandro Anelli, Paolo Bernarducci, Alberto Matticari – stavano lavorando al progetto di un museo di arte moderna e contemporanea  a Narni, alla Rocca Albornoz . Tra i vari rapporti intessuti in quel periodo da Anelli, Bernarducci e Matticari, c’era quello con il maestro Pomodoro. «Proponemmo quel nome a Mazzilli, che ne fu subito entusiasta, e dopo neanche due settimane fummo ricevuti a Milano da Arnaldo Pomodoro, nel suo atelier».

«Partì tutto da lì» – raccontano oggi Anelli e Matticari. Il motore istituzionale, l’azienda di promozione turistica attraverso il suo presidente Walter Mazzilli, che a  sua volta coinvolse il sindaco di Terni, Giacomo Porrazzini, e l’assessore alla cultura della Provincia di Terni, David Lazzari. Il maestro Pomodoro decise di presentare il progetto Lancia di Luce negli Stati Uniti, a San Francisco, in una nota galleria d’arte della città. E in tale occasione  si svolse anche una cena di gala presso il Consolato italiano, che concludeva la presentazione dell’opera Lancia di Luce. «Se  Terni ha questo splendido obelisco, lo dobbiamo a Mazzilli, a quei giovani architetti, a Mario Finocchio (fonditore, ndr), interprete autentico del saper fare siderurgico». Giacomo Porrazzini ricorda il suo primo incontro con l’idea dell’obelisco, gli approfondimenti sui significati, sui modi tecnologici di realizzazione, sul piano dell’opera, discussi davanti ad un piatto di pasta, in una piccola trattoria sui navigli». Porrazzini ricorda anche l’entusiasmo  della sua giunta nell’approvare la delibera che incardinava operativamente il percorso di realizzazione dell’opera e  l’emozione della esposizione, nel cortile di Palazzo Spada, di un grande modello, in scala, dell’obelisco.  Che poi era quello realizzato dal maestro per la presentazione a San Francisco, alto 4 metri (nella foto con Walter Mazzilli e David Lazzari). «Era in metallo, più slanciato del reale, anch’esso realizzato da Pomodoro.  Un’opera d’arte in sé, che consentì ai cittadini ternani di rendersi conto di quale dono culturale avrebbero beneficiato se l’iniziativa di realizzazione dell’obelisco fosse stata portata a compimento».                    

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