Mercati contadini, virtù in vetrina e il peso di un’illusione

Non sono la rivoluzione, sono il segnaposto di una rivoluzione mancata o ancora da inventare

DI DIEGO DIOMEDI

TERNI – Negli ultimi anni, nelle piazze delle città italiane e nelle periferie urbane, sono tornati a comparire i mercati contadini, banchetti di legno, cassette di frutta e verdura, volti di produttori locali che raccontano la storia del loro campo, della loro vigna, della loro azienda agricola. A uno sguardo superficiale, sembra il ritorno di un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, un piccolo presidio contro il dominio delle grandi catene di distribuzione. Ma la domanda che bisognerebbe porsi è quanto incidono davvero queste iniziative.

Il paragone è impietoso. Un banco in una piazza è una goccia nell’oceano dei supermercati e delle “boutique della frutta” che si moltiplicano nei centri urbani. E non serve grattare troppo la superficie per accorgersi che molte di queste “boutique” non hanno nulla a che fare con un modello agricolo equo e sostenibile, frutta esotica arrivata via aerea, prodotti che percorrono migliaia di chilometri, filiere opache dove il prezzo finale non racconta nulla di quanto è stato pagato chi ha coltivato e raccolto. Quello che i mercati contadini offrono è, in larga parte, un’esperienza, il contatto umano, l’illusione di un consumo etico, la possibilità di sentirsi parte di un circuito virtuoso. Ma il loro impatto sistemico rimane minimo. È più probabile che servano a far sentire “buono” il consumatore, un piccolo rito di autoassoluzione, che a ridisegnare gli equilibri del mercato agroalimentare.

La retorica del “il singolo consumatore può cambiare il mondo” è ormai un reperto di inizio millennio, quando movimenti come Slow Food e simili riuscivano a proiettare un orizzonte di cambiamento basato sulla scelta individuale. Oggi questa tesi mostra tutte le sue crepe, la globalizzazione delle filiere, il potere concentrato della grande distribuzione organizzata, la finanziarizzazione del settore agroalimentare e il peso del marketing sono forze che nessun carrello consapevole può invertire.

Come ricorda Fabio Ciconte in Il cibo è politica (Einaudi), la questione alimentare non è neutra, è un fatto politico intrecciato con rapporti di potere, legislazioni, politiche agricole europee e internazionali, e con un modello produttivo che non si cambia con un acquisto alla volta. 

Il portafoglio serve più a pacificare la coscienza che a incidere sulle disuguaglianze strutturali. Ciò non significa disprezzare i mercati contadini. Hanno un valore culturale, sociale e simbolico. Possono mantenere viva una rete di piccoli produttori, alimentare pratiche agricole più sostenibili, offrire alternative qualitative a chi le cerca. Ma se non si accompagnano a politiche pubbliche incisive, a una riforma della filiera, a un ripensamento del ruolo della GDO e delle regole di mercato, resteranno un gesto minoritario, confinato al perimetro del buon consumo per pochi.

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