La casa custodisce una tradizione di famiglia lunga 100 anni
TERNI – Nel lavoro di CAU, il festival a cura delle associazioni Tempus Vitae e ArteM, l’apertura all’arte contemporanea di luoghi solitamente destinati ad altro uso va di pari passo con l’apertura al pubblico di case d’artista. Per questo il 27 settembre si aprirà la casa Vitturini, una casa che custodisce una tradizione di famiglia lunga 100 anni.
Le opere dei fratelli Filippo, Giancarlo e Luca vengono così descritte da Riccarda Turrina: Uno stato d’animo sospeso e ferito guida la mano di Luca Vitturini in un momento, in cui la morte del padre, lo porta a rielaborare il vuoto. Quella tela incompiuta, che gli si presenta improvvisamente davanti, non è solo una tela: è un ponte tra generazioni, un gesto che intreccia il tempo e lo trasforma in eredità viva. Questo quadro è il nostro quadro. E siamo in tre. L’aveva cominciato il padre di mio padre, emergendo dal nulla ed iniziando il cammino. L’aveva proseguito mio padre con il suo approfondimento ulteriore, lasciandomi poi una tela grezza con delle tracce a carboncino. Ed io, per la prima volta, ho ricevuto questa enorme eredità in un solo istante. E con essa tutto il peso di due esistenze vissute nell’oblio dell’arte più pura e sincera, a prescindere dai benefici della fama. È come se tutto ciò che loro due avevano messo nella mia stanza in quarant’anni, apparisse chiaro per la prima volta. Come se la stanza fosse stata sempre al buio e qualcuno all’improvviso avesse deciso di aprire le finestre. Siamo destinati a capire sempre dopo, quel dopo che esiste solo fino al momento in cui il poi si tramuta in eternità. O nel nulla. In casa Vitturini l’arte era respiro quotidiano: il nonno Filippo, maestro di tarsia e pittore, aveva tracciato un cammino fondato sulla precisione e la manualità fine; il padre Giancarlo, affermato interprete della ricerca informale, ha portato avanti la sperimentazione, intrecciando al gesto una sensibilità materica fatta di segni e vibrazioni. L’artista di oggi, raccogliendo quell’eredità e interiorizzandone i principi, sceglie la via dell’astrazione, trasformandola in un linguaggio autonomo e contemporaneo. In un dialogo ideale tra generazioni, l’artista ritrova nel gesto di completare la tela la conferma di una visione dell’arte come spazio di possibilità. Umberto Eco, nel saggio Opera aperta, afferma che “un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare”. Una dichiarazione che riguarda soltanto la letteratura, ma ogni forma d’arte: pittura, scultura, musica, poesia. L’opera, aperta all’interpretazione e all’intervento del fruitore, diventa luogo di incontro tra chi l’ha creata e chi la continuerà. Eco sottolinea che “l’opera aperta è anche un campo di possibilità interpretative, un invito alla libertà, ma non all’arbitrio”. Qui la libertà è intesa come capacità di scoprire nuove connessioni, di entrare nel processo creativo come co-autori di senso. L’eredità di questa tela non è solo familiare, ma si inserisce nel solco di una lunga tradizione artistica in cui le opere diventano testimoni di dialoghi intergenerazionali. Dai laboratori rinascimentali, dove la bottega era luogo di trasmissione di segreti tecnici e sensibilità estetica, fino alle ricerche contemporanee sul concetto di “opera aperta” l’arte ha spesso custodito tracce di chi è venuto prima per lasciare lo spazio all’interpretazione e al completamento di chi viene dopo. Anche artisti come Alberto Burri e Antoni Tàpies hanno saputo trasformare materiali “poveri” in linguaggi carichi di significato, mostrando come la materia stessa possa raccontare storie di memoria e rinascita”.


