IL FRULLATORE | “Quel verme nel ristorante di Corciano che volge a mezzogiorno”

Cosa ci spaventa di più? Il verme o il “male” che può farci? E se poi quel verme è buono ed è sinonimo di freschezza? E se amiamo il crudo, perché abbiamo paura della natura?

DI DIEGO DIOMEDI

Questa volta nel frullatore ci finisce il caso del verme nel piatto visto che un pranzo a ristorante nel perugino si è trasformato in un piccolo caso mediatico. Una cliente, trovandosi davanti un verme nel piatto, ha reagito con comprensibile disgusto. Un video, rimbalzato subito sui social, cattura la voce concitata: “andiamo via da sto posto”. Ed è facile capire la reazione visto che nessuno si aspetta di vedere un essere strisciante nella propria porzione.

Eppure, analizzando la vicenda con più calma, è emerso che quel verme non era frutto di incuria, né segno di scarsa igiene. Al contrario: proveniva direttamente dal prodotto marittimo servito, ed era una traccia della sua freschezza. La natura, insomma, si è presentata a tavola in maniera un po’ troppo evidente.

Qui nasce la domanda: cosa ci spaventa di più? Il verme in sé, con il suo aspetto repellente, o il rischio (vero o presunto) che possa nuocerci? E se invece quel verme non fosse affatto pericoloso, ma piuttosto sinonimo di qualità e freschezza? Se amiamo il crudo, perché ci terrorizza la sua parte più naturale? Forse perché quando mangiamo il crudo vogliamo dimenticare che stiamo “mordendo la natura” così com’è, con le sue imperfezioni, le sue forme di vita, i suoi parassiti. Preferiamo l’illusione di una natura addomesticata, filtrata, rassicurante.

Il tema non è banale. Lo studioso e amico Alberto Grandi ha dedicato un libro alle paure alimentari, mette in luce come il nostro rapporto con il cibo sia sempre più condizionato da timori irrazionali, da miti e da immagini sociali. Non mangiamo soltanto per nutrirci, mangiamo per rassicurarci, per sentirci al sicuro, per confermare un’identità culturale.

Anche l’antropologia ci aiuta a leggere meglio questo fenomeno. Esiste una teoria secondo cui non scegliamo gli alimenti in base a ciò che fa bene o male in senso assoluto, ma in base a quanto una specie ci è “vicina” o “lontana”. Troppo vicino? Rifiutiamo (in Italia non si mangiano i cani, ad esempio). Troppo lontano? Rifiutiamo ugualmente (vermi, cavallette, insetti vari, anche se ricchi di proteine). Restiamo, dunque, nel mezzo. Ma quel “mezzo” non è universale: cambia a seconda delle culture, dei luoghi, delle religioni, delle mode. In India la mucca è sacra e intoccabile, da noi invece è un alimento comune. Ciò che per qualcuno è un tabù, per altri è una prelibatezza.

Il caso del verme nel piatto non racconta solo un episodio curioso, ma ci costringe a interrogarci sul nostro rapporto con il cibo e con la natura. Forse la vera domanda è: quanto siamo disposti a vedere la natura per quella che è, senza filtri?

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