DI DIEGO DIOMEDI
TERNI – Ogni giorno ci indigniamo per il fast food, per gli allevamenti intensivi, per chi addenta un hamburger senza pensare agli animali. Poi, pochi minuti dopo, apriamo un’app di delivery e ordiniamo un panino vegano o una bowl salutista, magari consegnata da un ragazzo in scooter sotto la pioggia, pagato a cottimo e senza tutele. Non è forse questa una nuova forma di contraddizione? Meglio un hamburger servito su un vassoio o un panino vegano recapitato da chi rischia la vita per pochi euro?
L’articolo di Fanpage su un rider sorpreso a consegnare cibo con patente revocata, documenti falsi e targa polacca non è un caso isolato, è il simbolo di un sistema che macina persone per garantirci comodità con il favore, spesso, anche della microcriminalità o di un clima simile. La filiera del cibo non si ferma più alla produzione, ma si estende alla consegna, dove il lavoratore è diventato l’ultimo anello, invisibile ma indispensabile. Dietro ogni click che ci promette “comfort food” o “healthy food” c’è qualcuno che corre, spesso senza contratto, senza assicurazione, senza diritti.
Ci indigniamo per chi non è etico nel mangiare, ma raramente ci chiediamo quanto sia etico il modo in cui quel cibo arriva da noi. Il cibo “viaggia” non solo attraverso mezzi e chilometri, ma anche attraverso mani, corpi, storie. E molte di queste storie raccontano sfruttamento, clandestinità e disperazione.
Il problema, quindi, non è solo cosa mangiamo, ma come scegliamo di farlo arrivare. Il vero cambiamento non passerà dai panini vegetali o dalle catene bio, ma da una riflessione più profonda, quella che mette al centro non solo gli animali o la salute, ma anche gli esseri umani che rendono possibile ogni nostro pasto.


