Ad agosto il Governo nazionale ha inserito l’Umbria, insieme alle Marche, nella Zona economica speciale unica per il Mezzogiorno (Zes). Gli indicatori economici dicevano da anni che la divergenza dell’Umbria rispetto al Centro-Nord stava schiacciando la regione su valori molto più vicini a quelli del Sud. Diversi osservatori hanno denunciato, senza trovare ascolto, questa deriva. Ora, con il provvedimento di questa estate interviene la politica nazionale a riclassificare le due regioni del Centro come parte della “questione meridionale”.
L’Umbria regione mediana, che come luogo di combinazione virtuosa di modernità e qualità sociale forse non è mai esistita davvero, da tempo non rappresenta più neanche semplicemente il punto statistico intermedio tra Nord e Sud. Il suo assorbimento nelle politiche per il Mezzogiorno è un brutale bagno di realtà che cancella con un tratto di penna le residue pretese di alterità di una regione che non ha mai spiccato il volo e che da più di vent’anni arretra.
Tuttavia, seppur apprezzabile per realismo, la scelta dell’inserimento di Umbria e Marche nella Zes per il Mezzogiorno, risulta tutto sommato deludente rispetto a quella, da tempo avanzata e da più parti sostenuta, di prestare attenzione alla crisi dell’intero Centro Italia per inaugurare una politica per questa area del paese che ne riconosca il valore di questione strategica nazionale. Si è preferita, a questa opzione, una scorciatoia di scarsa fantasia politica e istituzionale e ben più modeste prospettive.
Con l’ingresso nella Zes le imprese hanno accesso ad alcuni non trascurabili vantaggi. Il principale di questi, per volumi di risorse pubbliche disponibili, consiste nella possibilità di ottenere un credito di imposta a fronte di investimenti. In aggiunta, sono previste semplificazioni nelle procedure amministrative e incentivi per le assunzioni. In sostanza, si mira a ridurre il costo degli investimenti e quindi a incentivare la spesa produttiva delle imprese con possibili effetti positivi, si spera, anche in termini occupazionali. Non c’è motivo per escludere che queste misure riescano a spingere la spesa per investimenti. Auguriamoci, quindi, che questo accada e che le imprese ne traggano sostegno. Tuttavia, le analisi disponibili su esperienze analoghe già condotte nel recente passato non giustificano neanche gli entusiasmi con cui da più parti è stato accolto il provvedimento.
Se è lecito aspettarsi che la riduzione del costo degli investimenti mediante finanziamento pubblico possa avere alcuni effetti di stimolo, sarebbe ipocrita pensare che possa rappresentare un punto di svolta per l’economia umbra. La sua efficacia potrebbe essere maggiore se l’incentivazione fosse integrata in politiche strutturali che però al momento non si vedono e che non sono state poste in cima all’agenda per l’Umbria.
Se, come suggerito dall’inserimento nella Zes, il problema è la debolezza degli investimenti privati, ci si dovrebbe chiedere quali fattori ambientali deprimono le iniziative imprenditoriali o rendono la regione poco attrattiva. Quali elementi comprimono il rendimento degli investimenti in Umbria? Se per spingere le imprese a investire si sceglie di sostenerle con incentivazione pubblica, non sarebbe opportuno avviare iniziative capaci di rimuovere i fattori che tengono bassi i rendimenti degli investimenti? O almeno iniziare a definire una strategia in questa direzione?
L’idea di incentivare gli investimenti privati mediante credito di imposta fa pensare a un gruppo di atleti che praticano il salto in alto e ai quali, non riuscendo più a raggiungere misure soddisfacenti, si concede di abbassare l’asticella per aiutarli a superarla. La soluzione può andare bene per un po’, per prendere tempo e consentire loro di continuare ad allenarsi ma a lungo andare è chiaro che andranno aiutati a migliorare il rendimento rimettendoli in forze e con strategie di allenamento nuove e non abbassando l’asticella.
Giusto per dare un’idea dell’indice di una possibile agenda di questioni da affrontare per l’Umbria, vanno ricordati i deficit che riguardano le infrastrutture, il sistema della ricerca e della conoscenza e la struttura imprenditoriale, l’incapacità di imprese, università e città di fare rete anche oltre i confini reginali, l’assenza di visione strategica dei principali – per ruolo politico, sociale e finanziario – attori, sia pubblici che privati, sia regionali che dei principali centri urbani. Chi si interroga sugli ostacoli allo sviluppo dell’economia umbra? Chi sta provando a smuovere lo status quo che ha portato al declino? Su tutto questo non può intervenire la Zes. Non è al credito di imposta che si può chiedere di avviare processi. Anzi, la Zona economica speciale potrebbe essere il colpo di scopa che caccia la polvere sotto il tappeto.


