R.B.
TERNI — È bastato l’ennesimo braccio di ferro con la Regione Umbria sul progetto “stadio-clinica” per riaccendere una miccia che in città covava da anni: quella della differenza, profonda e mai sopita, tra il cuore verde d’Italia e la sua metà meridionale.
A Terni, dove la distanza da Roma è più corta di quella da Perugia, la percezione di una periferia amministrativa torna a pesare. E, questa volta, sullo sfondo di un sindaco che non ha mai nascosto la sua insofferenza per l’assetto istituzionale esistente.
Stadio, clinica e ospedale, scintille con Perugia
Il contenzioso sul progetto che dovrebbe unire un nuovo stadio a una struttura sanitaria privata convenzionata ha creato una frattura netta con Palazzo Donini. La decisione della Regione di impugnare la delibera comunale è stata definita da Palazzo Spada “un atto surreale”.
Parallelamente, il tema del nuovo ospedale di Terni — su cui Bandecchi ha promesso di “dimettersi se non sarà realizzato entro cinque anni” — ha rafforzato la narrazione di una città lasciata indietro.
Due partite simboliche, sanità e infrastrutture, che toccano nervi scoperti e riaccendono l’antico sentimento di autonomia del territorio ternano.
Un’identità a metà
Da decenni, Terni vive uno sdoppiamento geografico e politico: amministrativamente umbra, ma economicamente e culturalmente gravitante sul Lazio. L’industria siderurgica, la logistica, i pendolari verso Roma, le università e i servizi: tutto parla di un’integrazione naturale con il sistema laziale.
Eppure, a livello istituzionale, la città resta legata a un equilibrio regionale percepito da molti come sbilanciato verso Perugia.
Le ultime vicende non fanno che riattivare un dibattito mai sopito: perché Terni dovrebbe restare “margine” di una piccola regione, anziché “cerniera” di un’area metropolitana più ampia?
Bandecchi, il possibile portabandiera
In questo scenario, Stefano Bandecchi appare sempre più come il catalizzatore di un sentimento diffuso.
Il sindaco e presidente della Provincia di Terni ha costruito la sua leadership su un linguaggio diretto e su una narrativa di riscatto locale.
Nelle ultime settimane, la sua posizione — spesso critica verso Perugia — ha assunto una dimensione identitaria: non più solo una battaglia amministrativa, ma una questione di appartenenza.
E tra le ipotesi che circolano negli ambienti cittadini, quella di un “Terni nel Lazio” torna a farsi largo, trovando nell’imprenditore-politico il possibile volto capace di portarla sui tavoli romani.
L’iter, tutto in salita
Passare dall’Umbria al Lazio non è un semplice cambio di bandiera: serve un referendum consultivo, il voto favorevole della maggioranza dei cittadini ternani e l’approvazione a maggioranza assoluta del Parlamento (articolo 132 della Costituzione).
Un percorso lungo e politicamente complesso, che richiederebbe un ampio consenso istituzionale.
Ma per molti, la vera partita non è ancora giuridica, bensì culturale e simbolica: riaffermare il diritto di Terni a scegliere il proprio destino.
Una città in cerca di ruolo
Che si traduca o meno in un’iniziativa concreta, il dibattito risponde a un’esigenza profonda: Terni chiede riconoscimento, investimenti e autonomia.
Lo scontro sullo stadio e sulla clinica è solo la punta dell’iceberg di un sentimento più vasto, quello di una città che non vuole più essere “seconda”.
E se il progetto Lazio resta, per ora, solo un’ipotesi, è chiaro che la stagione politica inaugurata da Bandecchi ha rimesso Terni al centro del discorso regionale — o, forse, ne sta disegnando uno nuovo, che guarda decisamente verso Sud.


