Un fronte nuovo per l’erba legale. La testimonianza di Lorenzo Giustinelli, negoziante ternano dopo l’ordinanza di Trento

Come cambia il settore della canapa industriale in Italia? Proviamo a vederlo partendo da un piccolo negozio di Terni

DI DIEGO DIOMEDI

Dopo mesi di incertezza, sospensioni e paure, il comparto dell’erba legale italiana sembra intravedere una via di stabilità. La recente ordinanza del Tribunale di Trento, che ha dichiarato inammissibile il famigerato “articolo 700” ma ha ribadito principi chiave di legalità e proporzionalità, ha riacceso la fiducia tra operatori e clienti. A raccontarlo è Lorenzo Giustinelli, ternano, titolare di un punto vendita di prodotti a base di canapa industriale. La sua voce, lucida e pragmatica, offre uno spaccato reale del settore, tra la necessità di chiarezza normativa, la crescente cultura dei consumatori e la speranza di un futuro libero da pregiudizi.

Interno di un negozio di prodotti a base di canapa industriale, con scaffali pieni di vari articoli e un bancone di vendita in primo piano. In evidenza una sedia di legno accanto al bancone.

Dopo la recente decisione di Trento, com’è cambiata percezione e affluenza in negozio?

Si sente subito un’aria diversa: meno paura, più domande “di qualità” — destinazioni d’uso, tracciabilità, analisi — e un ritorno progressivo della clientela abituale che, nei mesi scorsi, aveva messo in pausa gli acquisti per timore di divieti “a prescindere”. L’ordinanza di Trento ha dichiarato inammissibile il 700 per ragioni procedurali, ma nelle motivazioni il giudice ha ribadito i due cardini che da anni chiediamo vengano scritti nero su bianco: restare nelle destinazioni lecite della L. 242/2016 e assenza di effetto drogante in concreto. Tradotto: se i prodotti sono conformi (THC <0,5%), sono leciti. Questo messaggio, arrivato da un tribunale, ha rassicurato clienti e fornitori perché sposta l’attenzione dai titoli ai documenti — COA, etichette, DDT, destinazione d’uso. È un primo tassello, ma importante: entra nel linguaggio dei giudici che dovranno decidere nel merito a dicembre. Non c’è stata un’euforia improvvisa: chi lavora nel settore ha imparato a comunicare con sobrietà, come suggerito anche da CSI, perché il vero spartiacque sarà la sentenza di merito. Nel frattempo, noi operatori facciamo la nostra parte: vetrine ed etichette più chiare, tracciabilità pronta e procedure d’ispezione precise. È il modo migliore per trasformare una “buona motivazione” in buona prassi quotidiana.

Prodotti più richiesti e come spiegate la differenza tra “light” e stupefacenti?

Le richieste si concentrano su infiorescenze a destinazione ornamentale o florovivaistica, derivati non orali e prodotti con COA completi — THC totale/attivo, limiti di rilevazione, incertezze. La spiegazione al cliente è pratica, non ideologica: la canapa industriale è legale dentro le destinazioni L. 242/2016, non è “droga”. Lo ha ricordato anche il tribunale di Trento, ribadendo che conta l’assenza di efficacia drogante in concreto. Questa distinzione non è accademica: ha effetti reali. Stiamo vedendo i primi dissequestri “in campo”, scarcerazioni e ordinanze che scoraggiano i sequestri indiscriminati. In negozio traduciamo così: prodotto conforme + uso normale + THC sotto lo 0,5% = lecito. Accompagniamo tutto con COA trasparenti, schede d’uso e packaging coerente. È un linguaggio che unisce scienza, norme e buon senso.

Quanto pesa l’incertezza normativa su lavoro quotidiano e investimenti?

Molto. E non lo diciamo “per sentito dire”. CSI ha documentato come l’art. 18 del DL Sicurezza sia stato interpretato in modo espansivo, disallineato al quadro UE, bloccando pratiche, SCIA e conti. È il classico “effetto chilling” con costi altissimi di compliance, magazzini fermi, fornitori esteri che chiedono pagamenti anticipati. Gli effetti collaterali sono doppiamente ingiusti: per gli operatori corretti, che subiscono sequestri infondati; e per i contribuenti, che pagano indagini e perizie inutili. Le scarcerazioni e i richiami dei giudici ai PM dicono chiaramente che senza offensività concreta lo Stato spende e l’impresa muore. Ma le correzioni non sono immediate: i danni economici restano, e i rimborsi non arrivano domani.

“Light” solo business o anche opportunità culturale ed economica per il territorio?

Entrambe. La canapa industriale è una filiera completa: agricoltura, trasformazione, retail informato. I dissequestri in campo lo dimostrano, si può coltivare, trasformare e vendere nel perimetro delle destinazioni lecite, generando valore economico e ambientale. Sul piano culturale, stiamo passando dalla curiosità “da costume” alla cultura della conformità. I clienti chiedono cosa significa THC attivo, come leggere un COA, cosa intendiamo per uso normale. Questo eleva tutto: educazione del consumatore, professionalità del negoziante e qualità del dibattito. Anche le Regioni si stanno muovendo in modo più compatto e, a livello europeo, la petizione al Parlamento UE è stata accolta: un segnale che il tema è ormai maturo.

Rapporto con le istituzioni e quali interventi urgenti per stabilità e crescita?

Il dialogo con le istituzioni locali esiste e migliora dove si lavora su atti, non su pregiudizi. Ci sono comuni che interpretano correttamente la L. 242/2016 e prefetture che evitano sequestri a tappeto quando la tracciabilità è chiara. A livello nazionale, però, serve un intervento urgente. In Europa, la Commissione PETI ha aperto un’indagine sulla normativa italiana, richiamando i principi di libera circolazione e proporzionalità. 

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