La nuova vita del cibo scaduto tra inchieste, sprechi e modelli diversi

IL FRULLATORE | Dai supermercati italiani sotto osservazione ai casi innovativi negli USA dove in alcuni casi si vendono solo prodotti oltre la data di scadenza ma ancora sicuri

DIEGO DIOMEDI

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di cibo scaduto nei supermercati e del reale significato delle date di scadenza (con tante persone che non hanno ancora capito la differenza dal scade il al consumarsi preferibilmente entro il). D’altro canto, report televisivi, inchieste giornalistiche e documentari hanno mostrato come una parte consistente degli alimenti che finiscono nella spazzatura sia ancora perfettamente edibile. La questione si fa ancora più interessante se la confrontiamo con ciò che accade oltre oceano, nella terra a Stelle e Strisce, dove alcune realtà stanno sperimentando approcci innovativi contro lo spreco. La catena Daily Table (e su questo c’è un bell’articolo su Dissapore), in particolare, è diventata un simbolo di questo cambio di paradigma. Fondata a Boston, ha costruito la propria identità su una company policy tanto particolare quanto attualissima, quella di vendere solo cibo tecnicamente scaduto o in prossimità di scadenza, ma ancora sicuro e controllato. L’obiettivo è duplice: Il primo, quello di ridurre drasticamente lo spreco alimentare e il secondo di offrire prodotti di qualità a prezzi accessibili alle fasce di popolazione con maggiori difficoltà economiche (no, i poveri non mangiano meglio come qualcuno sosteneva mesi fa).

In Italia, invece, il rapporto con il cibo scaduto resta complesso. Da un lato, i supermercati sono vincolati da norme rigide e dalla responsabilità sulla sicurezza dei consumatori; dall’altro, aumentano le iniziative che cercano di recuperare gli alimenti ancora buoni. Alcune catene propongono le ormai note cassette anti spreco o sconti applicati agli articoli a breve scadenza, mentre altre collaborano con associazioni e piattaforme per redistribuire il cibo invenduto (vedi togoodtogo). Nonostante questo, molte tonnellate di alimenti continuano a essere eliminate ogni anno, spesso per una semplice interpretazione errata delle etichette.

Il paragone con l’esperienza americana solleva una domanda importante: fino a che punto la data stampata sulla confezione determina davvero la qualità del prodotto? Gli esperti ricordano che in molti casi la scadenza è un’indicazione legata alla migliore qualità organolettica e non alla sicurezza. Un alimento con data superata può essere ancora perfettamente commestibile se conservato correttamente e se non presenta alterazioni. È qui che realtà come Daily Table mostrano un’alternativa concreta: una gestione più elastica, pur sempre controllata, che evita sprechi enormi e trasforma ciò che verrebbe buttato in una risorsa per la comunità. Resta però un nodo culturale. I consumatori italiani sono spesso diffidenti nei confronti del cibo scaduto, complice una narrazione che tende a considerare la data di scadenza come un confine invalicabile. Ma l’evoluzione del dibattito pubblico e la necessità di ridurre l’impatto ambientale potrebbero aprire la strada a nuove abitudini e regolamentazioni. L’esperienza internazionale dimostra che un uso più intelligente delle date di scadenza non solo è possibile, ma può portare benefici economici, sociali e ambientali.

In definitiva, parlare di cibo scaduto significa parlare di spreco, sostenibilità e consapevolezza. Significa interrogarsi su come produrre, distribuire e consumare in modo più etico. È un tema che tocca tutti, dal supermercato al cittadino, e che potrebbe diventare una delle sfide più importanti del nostro tempo.

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