Libri/ “Giorgia, onorare le radici, pensare il domani”. Ascesa e futuro di una leader autentica e del suo “statalismo gentile”

Un accurato e appassionato lavoro sulla premier Meloni di Alessandro Iovino (editore Bonfirraro, prefazione di Vittorio Feltri). Con un’appendice su Charlie Kirk

di Marco Brunacci

PERUGIA – “Giorgia, onorare le radici, pensare il domani”. Azzeccare un titolo è tanta parte di un articolo. E’ il fondamentale esercizio di tentare di cogliere l’essenziale (“L’essenziale è tutto”, ammoniva Max Weber).
Riuscirci in un libro è ancor più strategico per il lettore: indica e spiana la strada da percorrere. Alessandro Iovino è napoletano, ma anche umbro, un po’ perugino. E’ saggista, scrittore, autore di tante fatiche su temi e personaggi i più svariati: qui, nel suo lavoro su Giorgio Meloni (editore Bonfirraro, prefazione di Vittorio Feltri) centra subito il personaggio, ne racchiude, in uno sguardo d’assieme, sintetico e accurato, il lavoro: dall’ascesa ai successi attuali, che non sono il risultato di un’analisi di parte, ma quelli che si possono leggere sulla stampa internazionale di diversa intonazione politica.
Il percorso è molto informato, l’analisi coerente, appassionata ma mai faziosa, un bel monito, nel mentre elenca – guardate i capitoli sugli anti Meloni a prescindere – slogan carichi di odio e pregiudizio, gratuita ferocia e ossessiva, pervicace, mai motivata ostilità.
Aggiungiamo soltanto una cosa che nel libro non c’è: il ruolo di Silvio Berlusconi. Non fosse stato per la sua “rivoluzione liberale”, che tanto è servita a stoppare bruscamente la deriva, che sembrava inevitabile, nel governo del più forte partito di storia e ispirazione comunista occidentale, dopo il crollo del muro di Berlino, e però, ai fatti, non ha inciso più di tanto sul governo dell’Italia.
Proprio perchè Berlusconi ha incassato colpi di ogni genere restando in piedi, Meloni può governare con il suo piccolo pantheon di riferimenti culturali (ben elencati da Iovino) e stavolta può incidere con un programma di tipo conservatore (se è lecito usare questo termine) sul governo e sulla società italiana.
I riferimenti liberali di Berlusconi erano alti e grandi, quelli di Meloni sono più a forma di Italia. Ecco la forza e il limite. Meloni non annuncia rivoluzioni liberali, ma forse riesce ad abbassare di qualche decina di euro anche le stratasse pagate, dai soliti noti, oltre il limite dei 28mila euro (confine presidiato dai “buoni” della sinistra, che si attendono un concambio elettorale).
Il segreto? Sta nel suo “statalismo gentile”, che gli italiani sentono come proprio. Continuerà a vincere? Sì, se non conterà troppo sui risultati che ha ottenuto e sta ottenendo (per quanto buoni siano) e manterrà invece un’attesa sulle prossime mosse del governo che verrà. Gli italiani non hanno storicamente un’alta considerazione dello Stato, ma si attendono sempre qualcosa in più.
Nel lavoro di Iovino tutto il resto c’è e ben raccontato, con ricerche non superficiali e riscontri non oppugnabili.
Servano da esempio i capolavori di equilibrio di Meloni e del suo team in politica estera, non un errore, mai sbilanciata, ragionevolezza, dialogo, silenzi e parole alternate in un armonico spartito.
Iovino dà spazio all’attività social e alla capacità di comunicazione di Meloni: un punto a favore della premier, in un’area che non consente sbavature o distrazioni o scivoloni. E mai un giorno passa senza aver rafforzato questa parte della trincea.
Verso la conclusione: potrebbe sembrare stravagante infilare un capitolo su Chiarlie Kirk e la sua tragica fine in un libro sull’Italia di Meloni. Invece è così importante ricordare che cosa è in questo momento il movimento conservatore nel mondo. A qualcuno sfugge che fino a poco tempo parlare di questo non era cosa da persone perbene.
Qui i decibel della passione nel racconto dell’evangical Iovino aumentano, servirà per quando il ricordo del sacrificio di questo ragazzo, ritenuto dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, aggressivo e divisivo, sarà sovrastato dal fastidio per un eroe non previsto nelle categorie culturali e politiche italiane, una nazione dove usare la Bibbia o un linguaggio evangelico è considerato fuori dal tempo.
Magari Iovino riesce a scriverci sopra qualche altra bella pagina su Charlie Kirk, sulle sue battaglie “per la verità” e sul “convincimi se sbaglio”, contro la cultura woke e la dissoluzione della storia, sulla cultura gender e la dissoluzione della famiglia tradizionale.
E provare a dare ai suoi lettori una risposta, non alla domanda se Kirk, e chi è per lui, sia anche a favore di Trump (la qual cosa fra tre anni sarà irrilevante), ma a questo interrogativo: quale parte sceglierà chi si dice cristiano (prima fra tutti gli evangelicals) di fronte a quell’inquietante pendolo dell’esistenza, che si muove tra due frasi del Vangelo.
Da un lato, il primo e grande campione degli scettici agnostici, Ponzio Pilato, duemila anni in anticipo sui tanti altezzosi quozienti intellettivi altissimi di oggigiorno, che domanda senza volere alcuna risposta: “Che cosa è verità?”. Dall’altra parte – vogliamo dirlo nella maniera più laica possibile – quel leader religioso così tanto divisivo, Gesù di Nazareth, che di se medesimo dice: “Io sono la via, la verità e la vita”, per poi aggiungere, non contento, che “la verità vi farà liberi”.
Un’ultima citazione tratta dai Vangeli che può suonare come un possibile spoiler di come finirà la questione. Dice ancora Gesù: “Quando il Figliuol dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra?”.

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