Res publica: la responsabilità delle comunità nella gestione dei servizi

La sanità può essere gestita nei territori riconoscendo il ruolo originale delle associazioni e dei comuni.

di Vincenzo Silvestrelli, presidente Eticamente

PERUGIA – La storia delle nostre comunità ci può insegnare qualche cosa anche nell’ambito socio-sanitario. Nel corso di un convegno organizzato dalla CISL Umbria a Costacciaro (Pg) , ridente castello eugubino, sul tema della sanità nelle aree interne dell’Umbria, il prof. Euro Puletti ha raccontato di come la Università degli uomini originali di Costacciaro, comunanza agraria nata nel 1287, dopo un contenzioso con l’Eremo di Fonte Avellana, aveva fra le sue attività un welfare sanitario medievale, che rimase attivo fino ai nostri giorni, pur con le mutazioni dovute ai cambiamenti sociali.
Il principio guida della Università era «Non suo commodo, sed publicae utilitati servire” “Pubblica utilità devi cercare, non mai il vantaggio tuo particolare». Esso si declinava nell’insieme delle attività dell’ente che disciplinava la gestione delle risorse montane nei territori della proprietà comune della “università”, cioè nel significato latino di universitas, di tutti gli abitanti del Castello. Questi diritti venivano trasmessi alle famiglie per successione, mantenendo nel contempo una compagine proprietaria unitaria per garantire la gestione collettiva.
Nell’ambito della attuazione del bene comune trovava anche spazio un welfare sanitario, che prevedeva un ospedale per l’accoglienza dei pellegrini e il mantenimento di un medico nel castello.
La assunzione di responsabilità da parte della comunità per la gestione di servizi era tipica della società ispirata ai valori cristiani dove le opere di misericordia evangeliche si realizzavano anche nella creazione di istituzioni apposite finalizzate al benessere della comunità ma anche, come nel caso di Costacciaro, rivolte ad estranei come i pellegrini.
Oggi spesso molti ritengono lo Stato l’unica realtà sociale capace di gestire servizi per il bene di una collettività mentre nel medioevo, e non solo come avviene anche oggi in molte realtà, la “res publica” era tale anche se veniva gestita da comunità più piccole e da istituzioni che oggi chiameremmo di terzo settore, anche se non erano vincolate dalla pesante burocrazia che lo Stato ha messo a carico di queste realtà.
Anche in sanità la valorizzazione delle comunità potrebbe essere un approccio organizzativo interessante per dare risposte ai bisogni più basate sulla relazione fra persone e meno sulla procedura standardizzata nei processi di cura, conseguente anche alla introduzione di concetti aziendalisti nella sanità.
Per esempio l’ospedale di Perugia , il Santa Maria della Misericordia, si chiamava in origine “Domus Misericordiae (casa della misericordia)” mentre oggi è diventato Azienda ospedaliera di Perugia.
L’assunzione della responsabilità dei servizi, anche sanitari, facilita anche la crescita delle comunità locali in termini di capacità di gestione e di trasparenza dei costi.
Nel piano regionale per l’Umbria si legge di Case di Comunità, Ospedali di comunità e Centrali operative territoriali. Sarebbe interessante se il Piano introducesse elementi di gestione da parte delle realtà locali, non standardizzati, ma tagliati sulla specifiche realtà dei territori.
Non tutte le malattie sono guaribili, ma tutte le persone sono curabili e la cura è più attenta se nasce nelle comunità di appartenenza.

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