DI MAURO CASAVECCHIA (AUR)
Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Agenzia Umbria Ricerche su turismo e imposta di soggiorno
qui il link completo con le tabelle
PERUGIA – Negli ultimi anni l’Umbria ha registrato una delle più marcate crescite delle presenze turistiche a livello nazionale, consolidando il proprio posizionamento tra le regioni più dinamiche in termini di attrattività. Tra il 2019, ultimo anno pre-pandemico, e il 2024 l’incremento complessivo delle presenze ha raggiunto il +14,6%, oltre il doppio della media italiana (+6,7%). Questo risultato colloca la regione al quinto posto nella graduatoria nazionale e segnala una ripresa non solo piena, ma anche più rapida e robusta rispetto a molte altre destinazioni.
La performance appare particolarmente significativa se si considera che l’Umbria presenta una struttura turistica caratterizzata da forte stagionalità e dalla prevalenza di destinazioni medio-piccole, spesso meno dotate di infrastrutture rispetto ai grandi poli turistici nazionali (cfr. focus sull’andamento degli ultimi vent’anni).
L’imposta di soggiorno come strumento di finanziamento locale
In questo contesto di espansione dei flussi, torna centrale il ruolo dell’imposta di soggiorno, uno strumento fiscale pensato per consentire agli enti locali di intercettare parte del valore generato dal turismo e reinvestirlo in servizi pubblici, manutenzione urbana, valorizzazione del patrimonio culturale e politiche di accoglienza.
Introdotta nel 2012, l’imposta si applica ai turisti che pernottano nelle strutture ricettive ed è oggi adottata in circa un quinto dei comuni italiani, con una diffusione crescente ma ancora disomogenea sul territorio nazionale.
Secondo le stime dell’Osservatorio nazionale Jfc, nel 2026 il gettito nazionale dell’imposta di soggiorno dovrebbe superare 1,3 miliardi di euro, con un aumento del 9,2% rispetto al 2025. A sostenere questa crescita contribuisce anche la proroga dell’aumento di 2 euro a pernottamento introdotto per il Giubileo stabilita dalla manovra di bilancio. La stessa manovra, tuttavia, ha anche previsto che il 30% del gettito aggiuntivo venga acquisito al bilancio statale per finanziare il fondo per l’inclusione delle persone con disabilità e quello per l’assistenza ai minori. Si tratta di una scelta controversa, sulla quale anche l’Associazione dei comuni ha sollevato critiche, poiché sembra contraddire i principi del federalismo fiscale municipale, sottraendo risorse alle politiche turistiche locali e trasferendo alle municipalità oneri propri dello Stato.
La diffusione dell’imposta in Umbria
In Umbria, nel 2025, l’imposta di soggiorno risulta applicata in 39 comuni, per un gettito complessivo di 7,66 milioni di euro. Solo nell’ultimo anno sei comuni (Bastia Umbra, Torgiano, Norcia, Massa Martana, Fabro e Monteleone d’Orvieto) hanno introdotto per la prima volta il tributo, contribuendo a determinare un aumento del gettito regionale del 20,5% rispetto all’anno precedente.
Nel 2026 sono previste ulteriori espansioni dell’imposta: Foligno ne ha annunciato l’introduzione, mentre comuni a forte vocazione turistica come Perugia, Assisi e Castiglione del Lago hanno approvato incrementi tariffari.
Il gettito complessivo risulta fortemente polarizzato: Assisi domina in modo netto con 2,3 milioni di euro (+10,4% rispetto all’anno precedente), seguita da Perugia (1,3 milioni, +21,8%). Le due destinazioni principali concentrano una quota rilevante delle presenze e insieme assommano quasi la metà (47,2%) degli introiti turistici regionali. Seguono più distanziati Orvieto (0,63 milioni, +17,7%), Gubbio (0,49 mln, +34,4%) e Spoleto (0,48 mln, +29,3%).
Se si rapportano le entrate fiscali alla popolazione, la classifica è parzialmente diversa: al primo posto si piazza Lisciano Niccone, grazie alla presenza di una struttura ricettiva di lusso, con 127 euro di gettito da imposta di soggiorno per ciascun residente, seguito da Assisi (84 euro) e Cascia (81 euro).
Il costo economico della mancata applicazione
La quota di comuni umbri che applicano l’imposta è superiore alla media nazionale, ma rimane relativamente contenuta se si considera che l’Umbria è una delle poche regioni italiane – insieme a Toscana, Valle d’Aosta e Provincia di Bolzano – prive di comuni classificati come “non turistici” da Istat, ovvero non dotati di strutture ricettive o con flussi turistici trascurabili.
Tale caratteristica rende il caso umbro particolarmente interessante: la copertura dell’imposta appare infatti relativamente modesta in un territorio in cui, almeno sulla carta, tutti i comuni possiedono una qualche vocazione turistica e, quindi, potenzialmente beneficiano di flussi in arrivo.
Se si osserva la densità turistica, misurata da Istat attraverso dotazione ricettiva, flussi e peso delle attività economiche tourism-oriented, emergono correlazioni con l’applicazione del tributo, ma con scarti significativi. In Italia l’imposta è applicata dal 32,3% dei comuni ad “alta densità turistica” e dal 64,4% di quelli a densità “molto alta”; in Umbria l’incidenza si ferma rispettivamente al 38,2% e al 57,1%. Tali quote denotano dunque un potenziale inespresso della fiscalità turistica, in particolare in quei territori strutturalmente esposti a elevati carichi di domanda.
Questa sotto-adozione ha effetti quantitativamente rilevanti. Nel 2024 in Umbria oltre 1,4 milioni di pernottamenti – più di uno su cinque, per una quota doppia rispetto alla media italiana – non sono stati assoggettati all’imposta perché avvenuti in comuni che non la applicano.
Se il tributo fosse stato in vigore nell’intero territorio regionale, il gettito potenziale aggiuntivo sarebbe stato pari a circa +26,3%, ossia 1,7 milioni di euro in più.
La mancata piena applicazione dell’imposta non riduce solo le risorse disponibili per finanziare servizi pubblici e manutenzione del patrimonio, ma accentua anche le asimmetrie tra territori: alcuni comuni riescono a capitalizzare il proprio appeal turistico, mentre altri, pur beneficiando dei flussi, non utilizzano appieno gli strumenti fiscali a loro disposizione. Ne deriva un sistema meno equo e meno efficiente nel trasformare la crescita del turismo in sviluppo locale.


