AU. PROV.
TERNI – «Anzitutto non chiamatelo teatro». I firmatari della petizione popolare depositata a marzo 2025, che – parola di sindaco Bandecchi – doveva essere discussa in consiglio comunale al massimo entro il mese di settembre dello stesso anno ma che ci è arrivata solo lunedì 19 gennaio 2026, si rifiutano di chiamarlo teatro. «Quello che si sta realizzando al posto del Verdi – tuonano – non è né carne né pesce. Soprattutto non è un teatro». Lo hanno messo per iscritto mesi e mesi fa, sollevando una serie di questioni che però non sono state prese in considerazione dall’amministrazione comunale, che pure si diceva disponibile all’ascolto. Di più. Per mesi la giunta Bandecchi si è dichiarata intenzionata a buttare via il progetto che invece sta portando avanti con tanto di varianti in corso d’opera. Due, per l’esattezza. Nessuna delle quali ha considerato l’aumento dei volumi come suggerito dai Cinquecento esperti di teatro. Riacquisire i volumi del teatro storico innalzando di circa tre metri la sala spettatori, era una delle proposte fatte da architetti, musicisti, musicologi ed appassionati di opera lirica, che si sono battuti perché Terni riavesse il suo teatro. Invece Palazzo Spada è andato dritto per la sua strada, che poi è quella tracciata dalla giunta Latini, sebbene l’auditorium da 180 posti sette metri sotto la platea sia stato eliminato. Mesi passati a smaltire l’amianto e ad attendere che volassero via le rondini per poi dire che i tempi per realizzare il complicato auditorium non c’erano più. Quindi l’accelerazione. Il primo stralcio da 6 milioni di euro realizzato al 90 per cento e il secondo da 14 milioni al 40 per cento, l’affidamento dello studio per il miglioramento acustico ad un super tecnico e le riunioni a porte chiuse in Provincia. Il sindaco Bandecchi, per la seconda volta, ha riunito Rup, dirigente dei Lavori Pubblici , direttore generale del Comune (Carbone), capo di gabinetto (Bernocco), assessore ai lavori pubblici Maggi e una rappresentanza dei firmatari della petizione, nel suo ufficio di presidenza di viale della Stazione. Ma a porte chiuse, dove si entra solo suonando il campanello, che non c’era ai tempi di Laura Pernazza presidente.


