AU. PROV.
TERNI – Ferentillo rende omaggio ad Alessadro Corradi, il direttore dello stabilimento di Papigno ucciso con 23 pugnalate il 13 maggio del 1944. La mattina di venerdì 9 gennaio la sindaca Elisametta Cascelli ha scopero la targa in memoria dello stimato ingegnere ternano, che, per sfuggire alle incursioni aeree, si era trasferito a Monterivoso, in affitto nella casa dei Pacetti. Insieme alla sua famiglia, composta dalla moglie Emma, dai figli Luigi ed Anna, dalla sorella Teresa e dalla madre Ida. A ricordare quel terribile omicidio, il figlio Luigi Corradi: «La sera del 13 maggio, alle 21 in punto, entrarono in casa sei individui pesantemente armati. Chiesero di parlare con il capo famiglia. Una volta varcato l’ingresso chiusero l’accesso principale sulla strada. L’atteggiamento si fece immediatamente minaccioso. Era abbastanza chiaro che lo scopo dell’intrusione era di imprigionare o uccidere il capo famiglia confinato in un angolo dell’appartamento perfettamente consapevole del futuro che lo riguardava».
«All’improvviso la frase tragica rivolta a mio padre: Ci segua all’esterno. Il tentativo di scongiurare il peggio fu vano». Alessandro Corradi venne ucciso non da una ma da 23 pugnalate. Il cadavere fu portato in chiesa, reso accessibile agli abitanti del paese. Fu immediatamente trasportato prima a Ferentillo e poi al cimitero di Terni. Circolò l’opinione che Alessandro Corradi era stato ucciso come collaborazionista del partito fascista.
Cinque giorni dopo, prima Terni poi Ferentillo e infine Monterivoso furono liberate dalla presenza di tedeschi e fascisti, senza spargimento di sangue. «Rientrammo immediatamente in città non più minacciata dalle incursioni aeree e denunciammo il fatto ai carabinieri ed alle forze dell’ordine, rimaste in essere durante i tragici giorni della presenza delle forze alleate, e con comprensibile ritardo della tragicità degli eventi i carabinieri iniziarono cautissime indagini. I più distrutti dagli eventi eravamo noi familiari che eravamo totalmente estranei ai fatti e alle presunte cause di quella esecuzione». «Io mi trasferii a Roma per frequentare il primo anno di università – racconta Luigi Corradi – mentre i miei parenti rimasero a Terni, dove mia madre insegnava alle scuole magistrali.
Il tempo scorreva difficilissimo ma inesorabile e presto lo scorrere dello stesso si accompagnava nel comportamento degli abitanti di Monterivoso ad una pietà e partecipazione di cui ancora conservo il ricordo ed è il motivo della targa che poniamo oggi».
L’ulteriore ricerca di un frammento di verità si verificò dopo alcuni anni la conclusione del processo, quando il giudice Tagliavento concluse con la mancanza assoluta di collaborazionismo fascista, che potesse giustificare i fatti: l’ingegnere Alessandro Corradi non era mai stato fascista. Anzi. In più occasioni aveva protetto gli operai dalle mani tedesche. La verità ha cominciato ad emergere, semplice, comprensibile e accettabile. «Le accuse che gli operai rivolsero a mio padre di collaborazionismo con i tedeschi erano inesistenti».

Un passo indietro. «Lo stabilimento di Papigno insieme a quello di Ferrara- ricorda Luigi Corradi – prima della guerra produceva la calciocianamide, di grande uso come sorgente di luce e calore nelle zone di montagna, su brevetto tedesco. Con le materie prime di carbonato di calcio, carbon fossile e acqua e rappresentava nell’economia nazionale l’unica fonte di civiltà.
Ma durante la guerra lo scopritore della calciocianamide compii un altro prodigio, quello di scoprire la possibilità di impiegare questa calce come materia prima per la fabbricazione di pneumatici, cioè gomma “Buna” di cui la Germania aveva straordinario bisogno, non disponendo di gomma naturale.
In particolare la gomma sintetica si otteneva dalla reazione del carburo di calcio con l’acqua per formare acetilene da cui, attraverso vari passaggi chimici, si sintetizziva il butadiene, monomero fondamentale della gomma. Ma c’era la necessità di stabilimenti, che utilizzando carbonato di calcio, acqua purissima ed enormi quantità di energia elettrica portasse a quel risultato. Quello che in Italia serviva come concime o materia prima per l’illuminazione, in Germania diventava gomma sintetica, un prodotto come detto di cui la Germania era estremamente carente. Già all’inizio della guerra l’Italia aveva attrezzato la costruzione di impianti di produzione, uno di questi di piccole dimensioni qui a Papigno, dove vi era disponibilità di carbonato di calcio, di acqua del Nera di grande purezza e di grandi quantità di energia elettrica. Le attrezzature, le materie prime e il personale altamente qualificato diventavano quindi preziose nel prossimo certo indispensabile prodotto chimico. Per fortuna il grande stabilimento della “Buna” ad Auschwitz non arrivò mai a produrre; ma il sogno di poter fornire il proprio esercito con un prodotto artificiale, scoperto dal genio tedesco Walter Bock aveva aperto una grande strada in Polonia ed in Italia. Si è saputo dopo a guerra finita, che per i motivi sopra esposti lo stabilimento di Papigno e quello di Ferrara erano in cima alla lista degli stabilimenti da conservare, ponendo personale e macchinari a totale controllo dell’esercito tedesco. Conseguentemente questi stabilimenti italiani, pur piccoli nella loro dimensione, ma con materie prime facilmente accessibili, avrebbero dovuto essere tutelati e non dovevano essere distrutti. Per tale motivo, le truppe di occupazione tedesche avevano l’ordine di proteggere e controllare i siti industriali trattando alla pari l’esercito italiano per assicurarsene il possesso e promettendo ai direttori degli stabilimenti e agli operai la massima sicurezza.
Mio padre nella sua qualità di direttore tecnico dello stabilimento fu trattato più che dignitosamente, accompagnato a casa all’inizio ed alla fine del lavoro con una macchina civile tedesca, ma inducendo a confondere questa collaborazione con una collaborazione politica».







