Terni perde una voce autorevole: Aldo Tarquini, l’archietto che amava la città di Ridolfi

«Ha contribuito alla rinascita di Terni. Dal completamento di Corso del Popolo al piano Clai fino al quartiere Duomo»

DANILO PIRRO

TERNI – La scomparsa dell’architetto Aldo Tarquini priva Terni di una figura che, per molti anni, ha rappresentato un presidio serio e competente nel governo del territorio. Dirigente dell’Urbanistica del Comune in una fase complessa della trasformazione urbana, Tarquini ha esercitato il proprio ruolo con sobrietà, rigore e profondo senso delle istituzioni.

Non era uomo incline alla ribalta. Il suo contributo — per quanto ricostruibile dalle fonti — si misura infatti meno nella “firma iconica” di singoli edifici e più nella costruzione paziente di condizioni urbane: programmi, piani, processi e operazioni di riuso capaci di incidere sulla struttura civile della città. In una realtà come Terni, più volte chiamata a ridefinire la propria identità dopo la stagione della grande industria, questo lavoro silenzioso ha avuto un peso tutt’altro che marginale.

Un primo tratto ricorrente del suo approccio è l’idea della città per parti, letta attraverso una morfologia stratificata. In più occasioni emerge l’immagine di una Terni “città-cantiere”, imperniata su diverse centralità — dal nucleo storico del Clai all’area del Duomo fino all’asse moderno — in coerenza con l’impostazione del suo lavoro sulla forma della città industriale. È qui che si coglie una delle sue ambizioni più interessanti: tenere insieme scala urbanistica e qualità architettonica, evitando di ridurre la trasformazione urbana a semplice meccanica edificatoria.

Un secondo filone qualificante riguarda l’attenzione al riuso del patrimonio industriale come infrastruttura culturale e civile. Il caso del Teatro Secci — ricavato nell’ex opificio SIRI — rappresenta emblematicamente questa visione: trasformare un capannone produttivo in spazio teatrale contemporaneo mantenendo leggibili le tracce della memoria industriale. Non solo tecnica del recupero, dunque, ma costruzione di un racconto urbano. In questa direzione si colloca anche la curatela della mostra su Mario Ridolfi negli spazi dell’ex stabilimento SIRI (2006), segno di una sensibilità che vedeva nel riuso anche un dispositivo narrativo e identitario per la città.

Il terreno sul quale il suo contributo è forse più tangibile resta tuttavia quello dei processi urbani complessi. Emblematico è il completamento di Corso del Popolo opera del gruppo Malagricci – Frankl- Ridolfi nei primi anni Duemila, operazione articolata che ha inciso in modo rilevante sull’assetto del centro cittadino. In quel contesto emerge con chiarezza la sua attitudine: governare procedure difficili — tra project financing, programmi integrati e pianificazione attuativa — senza perdere la visione d’insieme dello spazio pubblico. Sono interventi che raramente producono immagini-simbolo, ma che costruiscono la città quotidiana, le connessioni, i servizi.

Di rilievo anche il suo coinvolgimento nel Piano Regolatore Generale varato nel 2008, iniziato con Paolo Portoghesi nel quale è stato attore significativo insieme alla squadra di tecnici di Palazzo Montani che hanno fatto la storia della città.  

Chi lo ha conosciuto ricorda la competenza sicura, il tratto misurato, la disponibilità al confronto leale con professionisti e cittadini. Il suo lascito non è fatto di gesti eclatanti, ma di buona amministrazione urbana, di atti solidi, di una idea di città governata con responsabilità e continuità. Terni gli deve più di quanto forse appaia a uno sguardo frettoloso. E proprio per questo il suo ricordo merita oggi parole di gratitudine autentica.

Bandecchi shock: «Il sesto assessore è Sergio Anibaldi», il project manager della clinica stadio

Referendum giustizia, il ministro Nordio per il Sì a Perugia. «Non c’è alcun attentato alla democrazia e alla Costituzione»